L’immortalità di The Void, tra carne e spirito

di Quinto De Angelis

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“Ė tutto finito?” grida piangendo una delle protagonista alla fine del film dopo un calvario lungo un’intera notte tra mistero e morte. La fine del film coincide per lo spettatore con la nascita dei dubbi per quello che si è visto.

The Void- Il vuoto è un film diretto da Steven Kostanski e da Jeremy Gillespie che portano in sala un opera estremamente sperimentale riprendendo estetiche passate. Il film sembra essere un prequel di Stranger Things; le ambientazioni anni ’80 e la provincia americana sono i protagonisti della vicenda con quel parallelismo con le sperimentazioni umane che richiama terribilmente la fortunata serie tv.

Il film che viene presentato come un horror è più di genere fantascientifico. Sembra di vedere Stargate con tendenze che militano versi i meandri più sadici di Cronenberg con richiami forti a La cosa oppure a La mosca. Partiamo da questo per riprendere come ci sia d’apprezzare una costruzione degli effetti speciali che abbandonino parzialmente  la computer grafica per usare anche degli strumenti più artigianali.

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Nel film si nota la stessa volontà di stravolgere i limiti degli spazi e della carne, intesa come involucro dello spirito, lavorando sulla perdita della corporeità per passare ad una nuova dimensione d’immortalità. Si passa dalle lotte di Cronenberg contro il consumismo all’accettazione di un sistema basato su un qualcosa di estraneo, quasi immateriale, religioso che si instaura, come un parassita nel corpo umano per diventare parte integrante di esso (forse è la tecnologia sempre più presente nelle nostre vite?).

Ci si vuole liberare delle nostre corazze di carne per sostituirle con qualcosa di più spirituale. Smembramenti, morte, sangue, budella che escono sono all’ordine del giorno e tutto ciò ci fa capire la volontà di rifiutare la carne ed abbracciare il nuovo per quanto ripugnante esso sia. Si può enfatizzare e confermare il nostro discorso usufruendo delle idee del sociologo Marshall McLuhan e della sua teoria che i medium tecnologici siano delle protuberanze aggiuntive del nostro corpo per aumentare la realtà della nostra vita. Se pensate a questo paragone come azzardato oppure esagerato provate ad ascoltare attentamente i dialoghi di questo film e vi renderete conto della difficoltà interpretativa delle parole che vengono pronunciate.

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Le immagini della narrazione si mescolano a visioni astrali e squarci d’interiora che aumentano l’ambivalenza di ciò che osserviamo. Il tutto è mostrato con una fotografia che predilige l’uso del buio piuttosto della luce. Simbolismo e fantasmi ci catapultano in una dimensione infernale dove solo nel finale vediamo la luce ma ne siamo estraniati quasi come se non ci appartenesse perché ormai abituati ad una nuova realtà. Ma di quale realtà stiamo parlando? Come raggiungerla? Questo non ci è dato saperlo perché il punto debole del film è una struttura narrativa poco solida. Le immagini extranarrative non ci aiutano ma anche i gesti, i riti, i sacrifici non sono spiegati. Molte delle cose che accadono non hanno spiegazione,  ci sono negate lasciandoci un vuoto in bocca per un film che avrebbe potuto dare tanto ma che si ferma a metà strada tra un film di fantascienza senza spiegazioni e un horror con mostri dalle sembianze umanoidi che non fanno paura. Lo stile usato è quello di un film horror ma è solo l’inizio, una trappola per continuare a vedere la pellicola che lentamente inizia a filosofeggiare senza un senso ben preciso. The void problematizza senza trovare una soluzione, inganna per poi illudere facendoci uscire dalla sala delusi. Privati della narrativa ma sazi d’immagini che appaiono molto belle ma sadiche e talvolta prive di senso.

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