Precari ad honorem. Smetto quando voglio, ultimo capitolo

di Beatrice Andreani

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Il 30 novembre esce nelle sale Smetto quando voglio – ad honorem, terzo ed ultimo capitolo della saga diretta da Sydney Sibilia, scritta in collaborazione con Valerio Attanasio e Andrea Garello, e girato in contemporanea con il precedente.

Pietro Zinni (Edoardo Leo) riprende le redini della banda di intellettuali eternamente precari e insieme architettano un piano per evadere dal carcere di Rebibbia.

Nel terzo episodio le menti di questi “fuori legge per caso” si riuniscono per un bene superiore, mettendo la propria “specializzazione professionale” a disposizione di un unico grande scopo: fermare il diabolico piano di distruzione del nuovo villain, Walter Mercurio (ne veste i panni un insolito Luigi Lo Cascio), pronto a compiere un atto para-terroristico all’interno de La Sapienza di Roma, utilizzando il pericoloso gas nervino Sopox.

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Le prime inquadrature sono dedicate proprio al nuovo antagonista della trilogia, conosciuto già al termine del secondo capitolo. Per sconfiggere questo nuovo nemico ci sarà bisogno di allearsi con quello vecchio: Neri Marcorè, che torna nei panni del Murena, intento questa volta ad aiutare la banda.

Una serie di elementi arricchiscono la pellicola di riferimenti cinematografici di spicco (i fumetti Marvel ne sono un esempio).

I tre film sono pensati secondo una logica di consequenzialità, con un’impronta comedy, ma ognuno caratterizzato da un assetto narrativo differente. Se infatti il primo capitolo richiama il filone della commedia all’italiana, e il secondo, dai mood più polizieschi, riprende tanto i western quanto le serie americane degli anni ’80 e ’90, il terzo, che conclude la trilogia esattamente cinque anni dopo il primo, si basa sul tema della perenne lotta tra “buoni” e “cattivi”.

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I personaggi di Edoardo Leo e Luigi Lo Cascio sono agli antipodi. Essi rappresentano due possibili diramazioni di un’unica grande strada: seppur con vissuti simili, scelgono di volgere verso due direzioni differenti. In questo senso il lavoro sul background dei personaggi ha reso la sceneggiatura ancor più consistente, e ha legato i tre episodi della saga chiudendo definitivamente alcune questioni rimaste aperte dal primo film.

La scelta musicale spazia da un genere all’altro. Tra colonne sonore che includono l’uso di chitarra e batteria, e che rimandando ad atmosfere poliziesche e tarantiniane, Stefano Fresi (nei panni di Alberto) stupisce con la sua capacità canora, interpretando, in una scena del film, due tra le arie più conosciute del Barbiere di Siviglia di Rossini.

Il progetto di Smetto quando voglio (dodici nomination ai David di Donatello 2014) apre a prospettive di sperimentazione del tutto nuove, basti pensare all’uso delle tecniche di post-produzione, o al rapporto tra gli elementi audio-visivi, o ancora all’uso del green screen.

La fotografia e gli accorgimenti di regia sono elementi imprescindibili per realizzare prodotti cinematografici intriganti ma è il contributo di tutte le professionalità a garantire la cura del dettaglio. Si ride molto, ma i toni diventano malinconici e a tratti oscuri, soprattutto durante i flashback che fanno riaffiorare il passato dark di alcuni personaggi e le motivazioni profonde del loro agire.

La riuscita di questa saga sta nel saper scherzare sulla precarietà, quella lavorativa italiana, e quella etica di ogni personaggio, leggendo la realtà con ironia, seppur amara. Un film che merita la laurea ad honorem in “umorismo pirandelliano” per il suo gran finale.

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