Il coraggio di lottare di Pierre, l’eroe solitario di Petit Paysan.

di Mirta Tealdi

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E’ coinvolgente ed emozionante Petit Paysan, lungometraggio d’esordio del regista Hubert Charuel prodotto da Domino Films.  

Presentato a La Semaine de la Critique del 70° Festival di Cannes, pluripremiato al Festival du film francophone d’Angoulême e insignito del Premio Foglia d’Oro al Festival France Odeon di Firenze, il film narra la storia di Pierre Chavanges (Swann Arlaud)  un giovane allevatore di mucche da latte che vede trasformarsi in realtà una delle sue più profonde paure: il morbo HDF (la febbre emorragica dorsale che in natura non esiste ma che nella finzione è un riferimento alla BSE nota come “morbo della mucca pazza”) colpisce una delle sue amatissime mucche Topaze che ha appena partorito un vitellino. Il lungometraggio girato nella fattoria dei genitori del regista a Droyes nella campagna francese ha (a detta di Charuel, che ha lavorato nell’azienda di famiglia prima d’intraprendere la carriera di cineasta) forti spunti autobiografici.

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Il film inizia con un’immagine onirica (le vacche riempiono tutta l’esistenza del protagonista, reale e psichica, con una presenza ingombrante e claustrofobica) in cui Pierre ha la casa invasa di mucche che lo osservano mentre fa colazione, prima di iniziare la sua attività lavorativa. La sua vita è scandita dal lavoro nella stalla e le vacche infatti sono tutto il mondo di Pierre Chavanges. Le cura, le ama, le chiama per nome le tratta con dolcezza sta attento ad ogni piccolo segnale, tampina di telefonate ansiose la sorella Pascale (Sara Giraudeau) veterinario della regione perché ha un sentore che qualcosa non vada. Il rapporto con la sorella è molto conflittuale, lei minimizza e lo deride per la sua fissa della febbre emorragica e alla fine, per metterlo a tacere, richiede l’intervento dell’esperto, incaricato dal servizio veterinario della regione di accertare i casi di HDF, per il giorno successivo. Pierre è disperato, se la malattia fosse accertata dovrebbero abbattere tutto il bestiame.

Da qui in poi l’abile regia e l’ottima sceneggiatura di Hubert Charuel e Claude Le Pape, trasformano in un crescendo i toni del film, dal naturalismo descrittivo e lirico al thriller psicologico, con un cambio graduale e ben orchestrato di ritmo e di temperatura.  Al centro sempre Pierre l’asociale, (ossessionato dai suoi animali con cui passa tutto il suo tempo). Combatte fino all’ultimo (rischiando di ammalarsi pure lui dello medesimo morbo?)  creando situazioni che oltrepassano il limite del legale, per salvare le sue mucche da morte certa.

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Il film analizza la solitudine di un giovane uomo, il suo attaccamento alla terra e al suo lavoro, il tenero e affettuoso rapporto con le sue mucche, i suoi rapporti familiari e sociali complessi e conflittuali. Infatti oltre che con la sorella fredda e burbera, deve confrontarsi con l’invadenza della madre (Isabelle Candelier) che lo costringe a uscire con la panettiera Angélique (India Hair) e che cerca di tenerlo totalmente sotto il suo controllo. Anche gli amici finiscono per essere invadenti e sgradevoli gli rinfacciano di passare tutto il suo tempo con le vacche. Ognuno gli chiede di fare o di essere diverso da com’è. L’unico che sembra essergli più affine è il vecchio vicino e allevatore Raymond (Jean Charuel, nonno del regista) che ogni tanto lo aiuta e lo consiglia.

Per salvare il suo bestiame Pierre si trasforma in “assassino”, nasconde, mente, ruba, si avvita in un tunnel di eventi senza uscita. Attraverso lo sguardo stralunato del bravissimo Swann Arlaud tutte le sfumature e i gradi delle emozioni vengono rese con forza e credibilità. Si resta colpiti dalla disperata e alterata determinazione che lo sostiene e con cui arriva anche a minacciare il vecchio Raymond:

“C’è una vacca nella fossa?”.

“No. C’è qualcosa che puzza, ma non sappiamo cosa! Ok?!”.

Pierre, solitario eroe di una battaglia persa in partenza, alla fine dovrà affrontare la realtà e ciò che più teme. La sua in fondo è anche una lotta esistenziale; aggrapparsi ai suoi animali come scopo della sua vita; e infatti è in un attimo di disperata consapevolezza che realizza e mormora desolato a sua sorella Pascale: Perché io non so fare altro. Non ho mai fatto altro”.

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