I figli della mezzanotte, realismo magico all’indiana

di Gianluca Sforza

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Le mie letture estive hanno incluso uno straordinario romanzo del 1980, i Figli della Mezzanotte (Midnight’s Children), il romanzo d’esordio di Salman Rushdie, l’autore anglo-indiano poi costretto a nascondersi per sfuggire alla fatwa dell’ayatollah iraniano Khomeini negli anni 80 per aver offeso la figura di Maometto nel famoso romanzo “I versetti satanici“. 

I Figli della Mezzanotte appartiene a quel filone della letteratura mondiale (quindi non solo sudamericana) che viene chiamato realismo magico, che ha l’esempio più famoso in Cent’anni di solitudine (Cien anos de soledad) del colombiano Gabriel Garcia Marquez, anche se Rushdie ha riconosciuto soprattutto l’influenza del Tamburo di latta, il capolavoro di Gunther Grass, noto scrittore tedesco,  premio Nobel per la letteratura nel 1999, scomparso nell’aprile 2015.

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E’ difficile per chi ha letto ed è rimasto incantato dal capolavoro di Marquez non riconoscere però l’importanza seminale di Cent’anni di solitudine nello stile e nella narrazione di Rushdie, avendo anche lo scrittore indiano l’ambizione di raccontare con ampie metafore la storia dell’India dal momento della sua indipendenza dall’impero britannico (la mezzanotte del titolo, ovvero il 14-15 agosto del 1947) fino alla mezzanotte di 31 anni dopo, come Marquez fa con la storia della Colombia e in senso più lato del Sudamerica (e come Grass fa con la storia della Germania dagli anni del nazismo al dopoguerra). Allo stesso modo in cui Marquez racconta “magicamente” la sua Colombia attraverso la storia mitica della famiglia Buendia per più generazioni, lo stesso fa Rushdie con l’India, ormai nazione indipendente attraverso la storia di Saleem Sinai e la sua famiglia.

Saleem è uno dei bambini che, essendo nato proprio mentre il primo presidente indiano Nehru faceva il suo discorso alla nazione, nei pressi di quella mezzanotte, si ritrova involontariamente ad essere dotato di immensi poteri paranormali, che nel suo caso consistono soprattutto nell’entrare nella mente delle persone e carpirne i pensieri, cosa che gli consente di leggere i sentimenti di tutti, a cominciare dai parenti più stretti o più banalmente di copiare dai più bravi a scuola. Naturalmente non è il solo ad avere queste qualità perchè anche gli altri 1000 bambini nati in quei momenti possiedono poteri sovrannaturali, ed è proprio con questi bambini che Saleem, una volta resosi conto della sua diversità, cercherà di entrare in contatto per cambiare la storia del suo Paese e renderlo migliore. Ma naturalmente incontrerà ogni sorta di ostacolo e vivrà una serie di disavventure che lo costringeranno a maledire i suoi poteri e ad ammettere il senso profondo di ingiustizia della vita.

I Figli della Mezzanotte è un romanzo narrato in prima persona e come fosse un memoriale del protagonista stesso, caratterizzato da incursioni frequenti nella mitologia e simbologia indù e nella tradizione musulmana (alla quale appartiene sia il protagonista che l’autore del libro), ed è un libro epico, ironico, fatalista e pessimista, ricco di aneddoti e di personaggi indimenticabili, di sorprese praticamente ad ogni capitolo (anche la suddivisione in capitoli riserva una sorpresa finale) e di riferimenti agli odori della cucina indiana (un olfatto potentissimo è un altro dei poteri sovrannaturali di Saleem). I Figli della Mezzanotte non è un romanzo di facile lettura, ma potente e visionario come raramente mi è capitato in passato, che segnò l’ascesa immediata del suo autore, che in seguito venne privato della sua libertà e fu costretto all’esilio a causa del già citato, ma artisticamente inferiore I versetti satanici; venne fin dall’inizio incluso in tutte le possibili classifiche dei libri da leggere assolutamente, e con pieno merito (riconoscimenti che vanno dall’inclusione nei 100 libri del secolo XX di Le Monde ai 100 libri migliori di tutti i tempi del Norwegian Book Club fino al Booker Prize inglese ottenuto nel 1981). La regista indiana Deepa Metha ne ha tratto un film discreto ma certamente incapace di sintetizzare in poche ore di pellicola l’immensità e la quantità di dettagli e di personaggi raccolti nel romanzo.

Come detto sopra la lettura di questo romanzo richiede tempo e attenzione (soprattutto per memorizzare i personaggi che hanno anche nomi difficili da ricordare per noi occidentali) ma è anche un modo per conoscere la storia recente dell’India (che l’autore lega indissolubilmente a quella del protagonista), una nazione di 1 miliardo e 200 milioni di abitanti, prossima super potenza mondiale e di cui in Occidente si sa ancora molto poco.

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