Il lieto fine è sempre altrove, come l’amore: Happy end, di Michael Haneke

di Elena Caterina

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Non è certo la prima volta che Michael Haneke incontra il mal di vivere: il regista austriaco, infatti, non fa che rincorrere il male causato dall’uomo vero se stesso o verso l’altro, un male accecante che sa rivelarsi anche solo nella debolezza di un fisico che quasi mai possiamo controllare.

Ed è in questa vulnerabilità che volti, nomi e personaggi si rincorrono sfumando tra un film e l’altro. In particolare questo Happy End ha molto a che fare con il precedente Amour, vincitore dell’Oscar per il miglior film straniero nel 2013: torna Georges/Jean-Louis Trintignant, nei panni del sopravvissuto a se stesso, e torna il nome Eve in quanto nome-della- figlia. L’amore e il lieto fine sono sempre presenze-assenze, altrove, sopraffatte, ma non completamente, dal peso di tutto il resto.

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Protagonista di Happy End è un’allargata famiglia borghese di Calais, città di confine e di mare al nord della Francia, nella quale nell’arco di alcuni giorni si consumano alcune quiete e annoiate tragedie che stravolgono senza troppo rumore la normalità della famiglia: un incidente nel cantiere della società diretta da Anne Laurent (Isabelle Huppert), la figlia del capofamiglia Georges (Trintignant) che le ha passato il testimone della società dopo la malattia della moglie, e l’intossicazione da farmaci della madre di Eve, figlia di primo letto di Thomas (Mathieu Kassovitz), fratello di Anne, che si vede piacevolmente costretto a portare presso di sé l’adolescente.

All’interno della casa, abitata dalla famiglia di Thomas, da Anne, da Georges e da una famiglia di marocchini che compongono la servitù (e che offrono al regista l’occasione di affrontare non tanto la questione del razzismo, quanto quella dell’estraneità) succede la vita, meschina e annoiata, incerta e ricercatrice di amore. Rubando il termine coniato da Bolter e Grusin, possiamo dire che il film si apre con una rimediazione (un tema ben noto ad Haneke, già protagonista del film Niente da nascondere): un inizialmente non-si- sa-chi sta riprendendo con un cellulare, del quale lo spettatore condivide l’inquadratura, una donna che fa le normali azioni che si fanno nel bagno prima di andare a letto, in una ripresa evidentemente live corredata dai messaggi testuali dell’“operatore” che descrive le azioni. Stacco. La stessa mano riprende un criceto chiuso in una gabbia e commenta ancora testualmente dicendo di aver messo nel mangime i farmaci della madre: aspettiamo insieme l’effetto di questi sull’animaletto che ne vien fuori stecchito. Dunque un doppio schermo allontana lo spettatore dalla scena e inevitabilmente lo anestetizza, lo gela in un al di qua in cui anche l’empatia muore.

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Una volta raccolto questo solido scudo, lo spettatore può farsi avanti nella vicenda, sempre dall’esterno, sempre relegato all’angolo della porta, in interni mai del tutto visibili, in non detti che poi si rivelano al centro di ogni comunicazione. L’unico momento in cui qualcosa davvero si dice è quando i due personaggi più lontani, Georges e Eve (interpretata dalla piccola e raggelante Fantine Harduin, bimba di acciaio arso) confessano l’un l’altro una piccola sfumatura del “male” commesso (o subito?).

E dunque è proprio l’estraneità a farsi asse portante di tutta la narrazione, oltre che delle
inquadrature (non ci sono mai soggettive), la stessa estraneità che salva la famiglia marocchina (quando la bambina viene morsa dal cane piange, così come piange sua madre, a testimonianza di un’empatia totalmente estranea alla famiglia padrona che per dolori ben più grandi non piange affatto, un’empatia che diventa elemento di salvezza, nonostante le ferite, che permette di essere fuori dai giochi), che ripara Eve, “protetta” dal dolore dello spettacolo della morte grazie allo schermo del cellulare, che permette a Thomas di allontanare da sé il peso del tradimento, e che fa sì che il sole scelga sempre di essere da qualche altra parte.

Dunque Haneke rimedia ed esternalizza, riconoscendo probabilmente in queste due azioni tutto il valore e il peso del momento storico e tecnologico che in questa parte di mondo stiamo vivendo, senza possibilità scampo, per il momento.

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