Il libro di Henry, il dramma del bambino dotato

di Cristina Cuccuru

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Henry ha 11 anni, è molto più intelligente e maturo dei suoi coetanei e si prende cura premurosamente della madre single, Susan, e del fratello minore Peter, occupandosi addirittura dell’aspetto finanziario. Tutto sembra procedere come al solito, fino a quando Henry inizia a sospettare che la sua vicina di casa e compagna di scuola, Christina, venga abusata dal patrigno, decidendo così di elaborare un complesso piano per aiutarla.

Partiamo con ordine. La reazione più probabile alla vista di Henry che parla al telefono con un broker finanziario, dando indicazioni sulle proprie azioni potrebbe essere: “Si, va beh.” Ciò è comprensibile, in quanto Henry sembra proprio un piccolo genio per la sua età, ma in realtà non è così lontano da molte altre situazioni effettivamente esistenti. Il ragazzo è davvero così intelligente, oppure il suo sviluppo è una possibile risposta ad una madre sì affettuosa, ma difficilmente affidabile e un po’ immatura? Sta di fatto che sulle spalle di Henry gravano molte cose tra le quali lui si destreggia ormai abilmente, ma dovrà fare i conti, ad un certo punto, con la dimostrazione del fatto che non è infallibile, ma proprio come ci si aspetta, lui affronterà il tutto in modo molto razionale e pragmatico.

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Nella seconda parte del film i riflettori vengono puntati anche sugli altri due membri della famiglia: la madre Susan, single per non si sa quale motivo ma che probabilmente si porta alle spalle delle relazioni sbagliate basate su un rapporto di dipendenza, così come lo ha instaurato con il primogenito, al quale deve chiedere il permesso di modificare la modalità di ricezione della busta paga; al contempo è una madre presente e amorevole che continua a lavorare per sostenere la sua famiglia nonostante le disponibilità. Il fratello minore Peter, grande ammiratore del fratello e preso di mira dai compagni di scuola perché non allo stesso livello di Henry, ma che in seguito mostrerà una grande forza di volontà e maturità.

Un altro elemento che viene messo in rilievo, importante vista la vicinanza dell’uscita del film nelle sale italiane, il 23 Novembre 2017, con la giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne, il 25 dello stesso mese, è la difficoltà che si riscontra qualora si volesse segnalare un caso di abuso, soprattutto quando questo avviene tra le mura di casa, mettendo in risalto la complessità che caratterizza questo tipo di reato, su chiunque esso venga messo in atto, e su ciò che gli altri possono fare a riguardo. È proprio Henry infatti a dire “Non è la violenza la peggior cosa al mondo. È l’apatia.”

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Insomma, nell’opera di Colin Trevorrow troviamo tanta carne al fuoco, che ci porta a tavola alcuni piatti con una cottura media, altri un po’ al sangue. Ce n’è per tutti i gusti non solo per i temi trattati ma anche per le scelte stilistiche di sceneggiatura e regia, che alterna momenti statici in cui prevale l’aspetto emozionale, a situazioni più dinamiche cariche di azione, rendendo forse difficile capire qual è la reale identità del film. Ottima invece la recitazione, con una Naomi Watts sempre adatta ad ogni situazione, buona la prova anche di Jaeden Lieberher, reduce dal recente remake di It, ma soprattutto Jacob Tremblay, nel ruolo del piccolo Peter, convince a pieni voti nonostante l’età.

Quindi tecnicamente non è sicuramente perfetto, e le recensioni a livello internazionale hanno avuto il pugno di ferro a tal proposito (portando, tra le altre cose, al “licenziamento” di Trevorrow dalla regia per Star Wars: Episodio IX), ma a mio parere il cinema non è solo questo. Il cinema è anche ciò che una storia ti lascia dentro, qualcosa che ti smuove le viscere, attiva l’empatia e dà luogo a tutte le emozioni che noi proviamo e riconosciamo e perché no, far scappare anche la lacrimuccia.

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