Gli sdraiati, un film al maschile per nulla ovvio

di Laura Caporusso

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Il film di Francesca Archibugi analizza il rapporto tra genitori e figli, in particolare quello tra un padre di mezza età e un figlio diciassettenne, fornendo entrambi i punti di vista. Viene messo in scena il classico scontro generazionale fatto di incomprensioni, silenzi, paure, noie, litigate, riappacificazioni: un perfetto manuale di istruzioni su come un figlio possa sopravvivere a un padre opprimente, e come un padre possa sopravvivere a un figlio sfuggente, in un mondo che ci vorrebbe “troppo” in tutto.
A volte l’unico modo che abbiamo per uscire da una situazione soffocante è urlare, battere i piedi e scappare: è questo il messaggio che, inizialmente, sembra trasmettere il personaggio di Tito, ragazzo diciassettenne abituato a non rispettare le regole, che trascorre le giornate con i suoi amici e che nasconde, nel suo sguardo perennemente incazzato, il peso di convivere con un due genitori separati che nemmeno si rivolgono la parola. Il padre, Giorgio, dal canto suo cerca in tutti i modi di stabilire un contatto con suo figlio, fallendo in ogni tentativo e ritrovandosi ad annaspare in un universo a cui sente di non appartenere.

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E’ un film profondo, che smorza alcune scene di tensione con una sottile comicità decisamente non disturbante, inserita in maniera “tenera” e mai banale. Quella sana comicità che porta lo spettatore a sorridere con gli occhi lucidi. Grande importanza alle musiche, che riescono a rimandare diverse sensazioni e che non risultano “fastidiose”.

Il personaggio interpretato da Claudio Bisio è molto complesso poiché risulta essere pieno di paure, insicurezze e rancori che, dalla fine del suo matrimonio, non lo hanno più lasciato. Anche Tito, interpretato da Gaddo Bacchini, risulta essere un personaggio altamente problematico, forse fin troppo “passivo” di fronte alla vita ma che, invece, somatizza tutto il risentimento verso il mondo esterno alzando un muro prima con suo padre e poi con i suoi amici. L’unico elemento che lo smuove da questo “torpore” è Alice: bella e tenebrosa come lui, taciturna e estremamente annoiata dalla vita, proprio come i diciassettenni di oggi.

Nel film vi sono diverse scene che riescono a far comprendere allo spettatore l’intento più profondo della regista: la prima scena riguarda l’esempio che Tito e Giorgio utilizzano per spiegare il loro rapporto. “Ha presente un sommergibile? Di quelli con la porta a tenuta stagna? Ecco: lui (Tito) è il sommergibile; lui (Giorgio) è l’acqua che c’è fuori”.

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In realtà Giorgio e Tito sono due persone che cercano un’intimità in un’intimità che già esiste: così lo sceneggiatore Francesco Piccolo definisce quella che è la trama di tutto il film. Una ricerca spasmodica di qualcosa che, se si guarda attentamente, già c’è.

L’intento del film di Francesca Archibugi non è generalizzare la situazione dei protagonisti cadendo nell’ovvietà (“tutti i genitori sono come Giorgio e tutti i figli come Tito”), bensì focalizzare l’attenzione proprio sui protagonisti, sul loro essere Giorgio e Tito, padre separato e figlio unico.

Nel film i personaggi femminili sono pressoché marginali, con un’eccezione chiamata Antonia Truppo (la Nunzia di Lo chiamavano Jeeg Robot): il suo personaggio, così come tutti gli altri del film, non è analizzato fino in fondo. Il motivo è che la regista e lo sceneggiatore hanno preferito dare più imput allo spettatore per fargli trarre le proprie conclusioni. In qualche modo hanno lasciato carta bianca a chi andrà a vedere il film.

Gli sdraiati è adatto a padri e figli, perché aiuta entrambe le parti a sopravvivere.

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