E’ andata così, c’est la vie

di Mariele Gioia Papa

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L’aria freme di romanticismo, una calda giornata primaverile apre i preparativi per la cerimonia più lieta che possa esistere. Sullo sfondo, un prezioso castello settecentesco dell’entroterra francese. Al suo interno, l’equipe organizzativa dell’evento che si muove veloce tra gli ambienti della cucina, del giardino, delle sale allestite, orchestrata dall’esperto di ricevimenti fastosi Max Angeli, che più di tutti tiene alla riuscita della giornata. Ma qualche nota fuori dal coro farà vacillare questa speranza.

Presentato al Festival del Cinema di Roma in selezione ufficiale, C’est la vie – Prendila come viene (in originale Le sens de la fête) è l’ultimo film della vincente coppia di registi Eric Toledano e Olivier Nakache, già autori dell’acclamatissimo Quasi amici (Intouchables – 2011) e di altre commedie che hanno dimostrato agli amanti del cinema la forza dell’umorismo francese, che in questo caso, per loro stessa ammissione, deve molto all’epoca d’oro della commedia italiana.

Nell’ultimo film, i registi confermano la loro abilità nell’intreccio di dialoghi e situazioni, conferendo alla vicenda un ritmo incalzante, coinvolgente e mai prevedibile, fino a veri e propri exploit di comicità, lavorati con estrema cura del dettaglio, con un’attenzione meticolosa per i tempi delle conversazioni e per l’alternarsi degli eventi, mai esitanti o declinanti nella noia. Tutto ciò  sostenuto dai validissimi attori scelti, tra cui Jean-Pierre Bacri, che interpreta Max, il flemmatico e risoluto direttore del catering, Gilles Lellouche, che dà il volto a James, l’imprevedibile cantante che anima la festa, Vincent Macaigne, che personifica Julien, uno dei camerieri del catering, un fiume in piena di inadeguatezza e maldestria, Eye Haidara nella parte di Adèle, supervisore del corpo camerieri impetuosa e pignola e altri nomi di rispetto che hanno tenuto insieme la vis di questa sceneggiatura, tramutata in immagini altrettanto vivide e in certi punti perfino poetiche – mentre in sala echeggiano le risa.

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Lo spedito percorso degli eventi è sottolineato, da un lato, dal jazz del musicista israeliano Avishai Cohen, una vera fonte di ispirazione in fase di scrittura per i due registi, note potenti che riescono ad aderire alle modulazioni della storia, divenendo quasi un ulteriore personaggio, con voce propria; dall’altro, dalla maestria con cui si muove la macchina da presa, posando gli occhi attenti sui magnifici ambienti, sui volti felici o interdetti, su scenari esilaranti e emozionanti.

Ogni singola componente del film occupa una posizione precisa, voluta dallo script o nata dalla bravura degli attori, nel riquadro generale che, in primis, mira a tenere vivo il senso della festa, a veicolarne l’importanza nonostante le brutture della realtà, e che ancora crede nel bisogno di ridere, nella necessità di avere momenti spensierati che mettano in pausa ogni sorta di preoccupazione, ogni pretesa di controllo sull’inarrestabile flusso della vita. In chiave comica, sottesa di riflessione, il film è il perfetto esempio di quanto sia benefico lasciare che le cose si sviluppino senza approfondite previsioni, con programmi essenziali, e di quanto sia positivo imparare a prendere qualcosa così come viene, a saper dire “È andata così. C’est la vie.”

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