La democrazia di Pericle. Incontro con Paolo Rossi

di Claudio Miani

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Trovarsi face to face con Paolo Rossi ha sempre quel gusto anarchico di chi crede che la libertà espressiva possa esistere realmente. Con la consueta cordialità e cortesia ci ha accolto in camerino raccontandoci una fetta del suo universo artistico, ma non solo.

Claudio Miani: Vorrei partire dal suo spettacolo Molière: la recita di Versailles, per fare un po’ il punto della situazione. Lei inizia nel 1979 diretto da Dario Fo in Histoire du Soldat, poi passa per il suo Circo, per Romeo e Goiulietta, per la Costituzione, eccetera, eccetera, fino ad arrivare a questo Molière. Vorrei chiederle quanta strada ha fatto il capocomico e quanta ancora ne ha da fare.

Paolo Rossi: Beh, di strada ne ho fatta tanta e ogni tanto mi volto indietro e vedo quello che è accaduto, il sentiero che ho percorso. Posso dire che questo spettacolo è un po’ il sunto di tutto, lo definirei un Manifesto, anzi un pre-Manifesto di quello che è uno stile/metodo che man mano si è consolidato, si è strutturato nel tempo. Ora la forma è ben definita, non definitiva, questo è importante, poiché solo essendo non definitiva permette di guardare oltre e cercare nuovi spunti nella strada a venire.

i-soliti-accordiC.M.: Tornando indietro nel tempo, nel 1994 con Enzo Jannacci presentava a San Remo “I soliti accordi”. L’attualità di quella canzone potremmo dire che è rimasta immutata nel tempo: gli accordi son rimasti sempre i soliti anche se gli anni son corsi via.  Secondo lei ci sarà un modo per cambiarli?

P.R.: Intanto io faccio il comico, il saltimbanco, il commediante e non ho, come dire, né diagnosi, né strategie politiche, almeno in quel senso, mi interessa la politica, ma dal punto di vista della strada. La canzone effettivamente era abbastanza profetica, ma è capitato spesso, soprattutto a Enzo, di precorrere i tempi. Certe cose sono arrivate un po’ troppo in anticipo e forse bisognava aspettare ancora un po’. Però c’è da dire che mai sono arrivate in ritardo e questo mi sembra già tanto.rossi leoncavallo.jpg

C.M.: Resto ancora per un attimo negli anni ’90. Era il 1993 quando calcava la scena del Leoncavallo. Crede che quella forza dirompente, quella voglia di andare controcorrente si sia assopita nel tempo per mancanza di ideali e stimoli o semplicemente per noia?

P.R.: Beh, era un momento sociale differente, gli stimoli erano differenti… poi c’è da dire che io non ho calcato il palco del Leoncavallo, ho calcato il tetto (ride), un po’ come i Beatles. Scherzi a parte, era un’epoca diversa, le nuove generazioni, per me, sono le vere vittime di una censura terribile. Quella che abbiamo subito io e altri miei colleghi era di fatto un vantaggio, perché quando ti chiudevano la bocca, tu riuscivi comunque a riempire i teatri. Un microfono e una telecamera si trovava sempre, adesso invece è diverso. C’è una censura preventiva e i giovani non riescono nemmeno ad arrivare ad aprir la bocca. Ecco, questo credo sia il vero freno della forza controcorrente che sarebbe necessaria oggi.

C.M.: In alcune recenti interviste ho letto che lei si discosta dalla vecchia maniera di fare l’attore. Se dovesse dare un consiglio ad un attore che si affaccia oggi per la prima volta ai palcoscenici, cosa direbbe?

P.R.: Io non sono solito dare suggerimenti su cosa si deve fare, così come non faccio mai e mai ho fatto, provini di venti minuti. Mi sembra di mancare di rispetto alla persona che ho davanti. Ecco, posso dire che con il passare del tempo ho preso maggiore coraggio nel consigliare di non mettersi a fare teatro per quelle persone che non lo avevano nella corda, e ne ho incontrate molte. Il teatro è fatto di tanti ruoli: dalla scrittura, alla regia, alla scenografia, all’organizzazione, alla comunicazione. Bisogna avere il coraggio di rendersi conto se il palcoscenico ci appartiene oppure meno.

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C.M.: Cambiando un attimo argomento. In una canzone di Guccini di qualche tempo fa, Addio, il cantautore Pavanese recitava così riferendosi alla politica: “Io dico Addio ad un mondo fatto di buffoni e puttane ad ore, a chi si dichiara di sinistra ed è democratico, però è amico di tutti perché non si sa mai, e poi anche chi è di destra e ha i suoi pregi e gli è simpatico ed è anche fondamentalista per evitare guai…” Ecco, se lei avesse la bacchetta magica, a cosa direbbe Addio della politica?

P.R.: Senza dubbio ai partiti, a tutti i partiti. Sono un meccanismo vecchio, superato, assolutamente non al passo con la realtà e con i tempi. Sono un mondo a parte. Io come artista posso immaginarmi uno scenario, ho i miei punti di vista, ma mi viene meglio raccontarli a teatro: anarchia, autonomia, giustizia, disciplina. Credo che ognuno dovrebbe fare il proprio ruolo, come singole persone e non come nuclei che spesso sono costruiti da individui che hanno interessi completamente divergenti ma che si accordano per mera convenienza. I partiti sono un male, sembrano delle compagnie teatrali, anche se, a ben pensare, le compagnie teatrali durano molto più dei partiti.

C.M.: Vorrei concludere citandole una piccola parte di un testo che forse ricorda: “Qui ad Atene noi facciamo così: il nostro governo favorisce i molti, invece dei pochi, per questo è detto democrazia. Qui ad Atene noi facciamo così: le leggi, qui, assicurano una giustizia eguale per tutti… etc, etc…”. Era il discorso di Pericle, da lei rivisitato, che nel 2003, l’allora Direttore di Rai 1, Fabrizio Del Noce, le censurò. Secondo lei arriverà mai la Democrazia in Italia?

P.R.: Bisogna vedere cosa si intende per democrazia, in questo paese. Se deve essere gestita dai partiti, non può chiamarsi democrazia, torniamo al discorso di prima. Mi si potrebbe obiettare che le elezioni sono un motore della democrazia, certamente, ma poi bisogna vedere chi va a votare. La paggior parte degli elettori sono passivi, se ne stanno in disparte, non c’è più un confronto aperto e vivo, il dialogo è stato sostituito dai talk show. le persone diventano come tifosi di calcio, si informano poco e restano indifferenti, questo a mio giudizio è la cosa peggiore, la realtà è falsata dalle immagini e il valore è più d’apparenza che concettuale. Finché continuerà così, la democrazia sarà solamente un miraggio nel deserto.

Ed allora forse bisognerebbe cambiare aria. Magari potremmo dare retta al Pericle/Rossi di quindici anni fa:

“Qui ad Atene noi facciamo così: il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi, per questo è detto democrazia. Qui ad Atene noi facciamo così: le leggi, qui, assicurano una giustizia eguale per tutti. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende le proprie faccende private. Ma in nessun caso si avvale delle pubbliche cariche per risolvere le questioni private. Qui ad Atene noi facciamo così: ci è stato insegnato di rispettare i magistrati e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi. Qui ad Atene noi facciamo così: ci è stato insegnato a rispettare le leggi, anche quelle non scritte la cui sanzione risiede soltanto nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di buon senso. Qui ad Atene noi facciamo così: un uomo che non si interessa allo stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile, e benché in pochi siano in grado di dar vita a una politica, beh, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore. La nostra città è aperta ed è per questo che non cacciamo mai uno straniero. Qui ad Atene noi facciamo così“.

E noi a casa nostra?

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