Il ring e la miniera: Pugni di zolfo di Maurizio Lombardi

di Elena Caterina

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Il corpo di Maurizio Lombardi emerge lentamente e scultoreo da una chiassosa oscurità: “non sei stanco, sei solo deluso” dice l’allenatore al pugile siciliano che ha appena subito una sconfitta e che adesso riposa, proprio come la scultura bronzea lisippiana.

Non è un caso che l’iconografia del pugile sia tanto antica quanto lo è l’arte, che l’uomo luccicante di sudore e ansimante per la stanchezza, abbia da sempre impersonato valori che vanno oltre lo sport ma che incarnano l’essenza più profonda dell’uomo: la forza, il riscatto, il confronto con l’altro, il sogno, il coraggio, il corpo, ma, su tutto, la lotta per la sopravvivenza. Vincenzo Barrisi, infatti, è un sopravvissuto: non certo al ring, cosa di poca importanza rispetto alla grande lotta che è stata la sua infanzia, la sua famiglia, la sua terra di origine, la Sicilia, lo zolfo. È per questo che ora, mentre si riposa, inevitabilmente gli torna in mente un’antica cantilena: la ninna nanna che sua madre gli cantava nel poco tempo in cui ha potuto essere figlio, prima di venire allontanato dal piccolo paese lontano dal mare, per non finire anch’egli lavoratore-bambino nelle miniere di zolfo.

È da tale evocazione che prende avvio Pugni di zolfo, opera scritta, diretta e interpretata da Maurizio Lombardi, al Piccolo Eliseo di Roma dall’8 al 26 novembre. Un’opera frugale che sceglie la semplicità come chiave di lettura dell’essere umano, e del teatro.

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La semplicità è nella scenografia, che si compone di tavolo, asciugamano, guantoni, e candele, che a tempo debito trasformano lo spogliatoio in miniera, anche grazie a un sulfureo gioco di luci fondamentale nella definizione degli ambienti.

La semplicità è nei suoni, per lo più rumori, ring e miniera che brontolano come uno stomaco, per risolversi in un meraviglioso Modugno finale, che dona una morale che può diventare anche leggerezza, nonostante tutto.

La semplicità è nell’intreccio: sono due, infatti, le direttrici narrative, e quindi i personaggi, principali, quella del pugile e quella di Vito, figura quasi mi(s)tica appartenente all’infanzia di Vincenzo, unico figlio maschio di sua nonna, condannato a essere “caruso” e cioè bambino lavoratore in miniera.

L’apice di questo lavoro sulla semplicità è raggiunto dalla riflessione che l’attore fa sul proprio corpo, un corpo che si sdoppia e si triplica, si separa da se stesso, un solo corpo che mette in contatto tra loro personaggi diversi e che si trasforma perfino in miniera, quella stessa miniera dalla quale veniva fuori quel Ciàula pirandelliano che scopriva la luna e se ne innamorava. Il piccolo Vito la luna non riuscirà a guardarla, ma riuscirà ad immaginarla, insieme alle acciughe luccicanti in un mare che non ha mai visto, perché troppo lontano, ma che può immaginare grazia alla sua fiabesca fantasia di bambino.

L’opera è ispirata a una poesia di Ignazio Buttitta, tra i più noti autori che, in tempi più recenti, hanno scelto il siciliano per comporre poesie, siciliano che viene accolto da Maurizio Lombardi, toscano, che riesce a restituire una lingua che si fa universale, necessario veicolo per la storia, capace di impastarsi alla pelle dei personaggi proprio come fa lo zolfo con Vito.

E il risultato di tutta questa semplicità è proprio la fiaba, la fanciullezza che con la sua poesia e la sua ironia riesce ad avere la meglio anche sulla tristezza, lasciando allo spettatore un’impressione colorata di un mare ancora più brillante di quello vero perché frutto dell’immaginazione di un bambino.

Lo spettacolo è nato già qualche anno fa, è stato ospitato al Fringe Festival di Edimburgo nel 2013, approda oggi a Roma fortificato dalle nuove esperienze dell’attore che di recente ha interpretato il cardinale omosessuale Mario Assente in The Young Pope di Paolo Sorrentino, e che viene dal successo di ben due stagioni di The Pride, di Alexi Kaye Campbell, al fianco di Luca Zingaretti, presente in sala in veste di amico, collega e produttore.

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