Ogni tuo respiro: non la classica storia d’amore

di Quinto De Angelis

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Con il film Ogni tuo respiro fa l’esordio alla regia l’attore Andy Serkis principalmente conosciuto per aver interpretato Gollum nella saga de Il signore degli anelli. Come ci si poteva aspettare il film presentato non è una semplice storia d’amore ma analizza il rapporto matrimoniale tra Diana e Robert Cavendish, quest’ultimo ex avvocato costretto a respirare tramite una macchina perché afflitto da Poliomelite.

Diciamolo in maniera chiara! Il film fa il suo lavoro. Commuove nei momenti più tristi e diverte quando serve per dilatare la tensione intorno all’accaduto. Questa qualità non è cosi banale come sembra, spesso si producono contenuti piatti che non riescono a creare emozioni di alcun genere.

In questo film gli elementi visivi e sonori sono perfettamente in connubio tale da creare una combinazioni di sensazioni che fanno emozionare. Forse in maniera anche troppo forzata e macchinosa. Con questo non si può gridare al miracolo specie per alcuni errori nella gestione del tempo. Il ritmo all’inizio e nel finale è estremamente veloce quando invece, per il carico emotivo contenuto nella storia, potevano essere gestiti meglio dilatando i tempi e mostrando l’interiorità dei protagonisti in maniera più approfondita. Il contrario di quello che succede nel corpo centrale dove i tempi sono estremamente lenti con lo stesso tessuto narrativo che si ripresenta ciclicamente: problema, si risolve il problema, felicità per aver risolto il problema e cosi via…

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Alla lunga questa ripetizione stanca facendo risultare la pellicola più lunga della sua durata originale. La vera sorpresa è l’interpretazione di Andrew Garfield che dopo aver recitato in Silence si riconferma uno degli attori più interessanti nel panorama hollywoodiano. I suoi spasmi, i suoi lamenti, i suoi versi sono estremamente autentici tanto da dare un tocco più realistico alla storia. Esso si immedesima benissimo nel personaggio divenendo lui il vero elemento conduttore di speranza per chi segue il film. Un film sui disabili non è una novità nelle produzioni americane ma il modo in cui mostra l’arretratezza nei mezzi e comportamentali verso questa categorie di persone fa da contorno all’intera vicenda trasformando questa produzione in un vero è proprio film di denuncia. Quello che salta alla mente guardando le ambientazioni del film è sicuramente l’abilita con cui Serkin abbia imparato in molti anni di cinema come fare film.

Il suo stile è estremamente classico, accademico senza sbavature adattato ad un pubblico estremamente eterogeneo e sicuramente realizzerà un notevole guadagno al botteghino ma forse questo rappresenterà il suo stesso punto debole. L’estetica artificiosa non è adatta alla rappresentazione di simili tematiche dando l’impressione di strizzare di più l’occhio ai soldi che ai cuori di chi guarda. Il film non mostra gli elementi più scomodi della malattia, il disordine generato da una simile responsabilità e la dura realtà della malattia ma preferisce mostrare unicamente la parte della medaglia pulita e senza sbavature. L’impeccabile scenografia e l’utilizzo di perfetti costumi d’epoca ci confermano le impressioni appena espresse. Lo svolgersi degli eventi è segnato da questi dettagli, è da questi elementi che si nota lo scorrere del tempo. Il passare degli anni viene scandito dai foularde in chachemire che si alternano sulla gola del protagonista per coprire la profonda tracheotomia che lo tiene in vita coprendo con estetismo anche i segni della difficoltà della malattia eliminando le cicatrici come se queste non avessero dignità

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