The Broken Key: il Sci-fi made in Italy

di Laura Caporusso

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Nell’Anno 2033 il Mondo è controllato dalla Grande Zeta, una corporazione che controlla ogni singolo movimento dell’essere umano; è in vigore la Legge Schuster sull’eco sostenibilità dei supporti: stampare su carta è assolutamente proibito. In questo scenario si muove il protagonista, il ricercatore Arthur J. Adams, che dovrà affrontare la misteriosa Confraternita dei Seguaci di Horus per proteggere un antico papiro donatogli dal Professore Moonlight, suo mentore e padre spirituale.

Arthur dovrà addentrarsi all’interno di una Torino futurista e piena di pericoli per riuscire a scoprire la verità sui misteriosi omicidi che si stanno compiendo nella metropoli. Il regista Louis Nero ha deciso di giocare la carta del “fantascientifico italiano” dando vita a una storia che, in tutto e per tutto, ricorda Il Codice da Vinci, Angeli e Demoni, Inferno, ecc…, ovvero sia tutta la bibliografia di Dan Brown. A partire dal protagonista con traumi pregressi (proprio come il Professor Langdon), che si ritrova a dover affrontare un’avventura attraverso le vie più nascoste di una città; andare alla ricerca di simbologie antiche o comunque risalenti a epoche ormai passate.

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Anche le musiche ricordano quelle utilizzate da Ron Howard nella fortunata saga dei film sopracitati, con la differenza che in The Broken Key sovrastano troppo le voci dei protagonisti, creando confusione e incomprensione da parte del pubblico. Durante il film si ha la sensazione di non comprendere il senso della trama: le cose accadono troppo in fretta, e lo spettatore non ha tempo di realizzare ciò che gli si para davanti. Il risultato è un film confusionario, pieno di errori di montaggio, con dialoghi da soap opera e recitazione davvero dozzinale.

Il montaggio sembra essere quello utilizzato nei salotti pomeridiani televisivi, da momento strappalacrime con qualche storia triste in sottofondo. Il che è un peccato data l’importanza del cast: nomi come Franco Nero, Geraldine Chaplin, Michael Madsen, Christopher Lambert cozzano con un film che, mio malgrado, conferma il classico detto che “in Italia non sappiamo realizzare film di fantascienza”. Gli effetti grafici: di così poco curati ne avevo visti solo in Zombie Apocalypse. Davvero ci sono rimasta male, perché il bello di un effetto grafico è che non deve essere palesemente finto. Qui, invece, è netto il distacco tra scenografia cartonata, green screen ed effetti grafici: il risultato è pressoché banale e davvero di cattivo gusto. Anche le panoramiche palesemente realizzate in green screen: ci sono molti modi per evitare che venga “beccato” il fondale finto.

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I dialoghi: a prescindere dal fatto che gli attori, quasi in toto italiani, sono stati costretti a recitare in Inglese e poi si sono auto-doppiati in Italiano, presentano delle lacune di sintassi, terminologie, grammatica ed enfasi. Come ho già detto, la recitazione risulta essere degna della peggior soap opera brasiliana, piena di sospiri inutili e finte risse che, credetemi, in teatro risultano molto più credibili. Quando al regista è stato chiesto il motivo di questa scelta di far recitare in inglese, Louis Nero ha risposto “perché tanto l’Italiano non lo parla più nessuno”. Caro Louis, avresti fatto più bella figura rimanendo zitto.

Decisamente un flop.

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