Il futuro è in serie: Malarazza

di Laura Pozzi

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Stessa Malarazza quella che lega il destino di Tommasino esponente mafioso del quartiere Librino a Catania e suo figlio Antonino. Muta e attonita testimone di un dramma che fatalmente si compie è Rosaria, moglie e madre che dopo l’ennesimo sopruso da parte del marito decide di mettere la parola fine a quell’inferno domestico portando con se il giovane ragazzo.

La sua unica salvezza è rappresentata dal fratello Franco, una Mery per sempre dal cuore d’oro, che ama travestirsi nelle sue relazioni pericolose tutt’altro che innocue. Le conseguenze imprevedibili determinate dallo strappo di Rosaria saranno il motore per una dolorosa rinascita, sapendo che ogni resurrezione è quasi sempre figlia di una tragedia.

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Il regista Giovanni Virgilio, al suo secondo lungometraggio dopo aver esordito nel 2014 con La bugia bianca, ha dichiarato che Malarazza è un’opera seminale che molto probabilmente diventerà una serie. Non abbiamo dubbi in proposito e la sua dichiarazione la dice lunga sulla natura del film, che vuole essere un’attenta riflessione sull’attuale condizione delle periferie lasciate in completo abbandono dalle istituzioni e sempre più immerse in realtà problematiche e degradate.

L’intento è nobile, peccato che il risultato non sia all’altezza. La storia non particolarmente originale, poggia su una sceneggiatura dalle fondamenta fragili e scontate che risultano un’appannato retaggio di film tosti e importanti come il già citato Mery per sempre e Ragazzi fuori. Nei film di Marco Risi, si respirava un’urgenza e un chiaro proposito di denuncia, che qui fatichiamo a ritrovare. Ma l’elemento che faceva la differenza era l’empatia con cui Risi filmava i suoi ragazzi perduti, lo scavo psicologico che li caratterizzava nella loro disperata complessità.

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Virgilio invece si limita alla superficie delle cose e non basta una vivace colonna sonora che spazia dal rap alla bossanova, fino al neomelodico a colmare una lacuna che alla fine pesa sulla riuscita della storia. Se Rosaria si indentifica con un chiaro messaggio di speranza, a risultare più interessante è il personaggio di Franco (un notevole Paolo Briguglia) che con la sua ambiguità diventa artefice di un cambiamento di non facile attuazione.

La storia che non è priva di spunti interessanti, avrebbe meritato maggior approfondimento, invece di essere lasciata in attesa di un futuro televisivo. E così il film si perde tra le tante produzioni indipendenti, stentando a trovare una propria identità che lo affranchi dall’essere considerato solo un buon inizio per una serie di successo.

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