I’m infinita come lo spazio, l’onirico che prevale sulla realtà

di Beatrice Andreani

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Il 16 novembre esce nelle sale I’m – infinita come lo spazio (una produzione A.T.C. Adriana Trincea Cinema, Rai Cinema, Paypermoon Italia, Francesco Torelli).

E’ il quarto e ambizioso film tratto dall’omonimo romanzo della regista e sceneggiatrice Anne Ritta Ciccone (Le sciamane, del 2000, e L’amore di Màrja, del 2004). Girato interamente in 3D, sin dalle prime inquadrature immerge lo spettatore in un mondo che rimanda a un’atmosfera onirica, quasi fumettistica.

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Jessica (Mathilde Bundschuuh), una ragazza di 17 anni, deve confrontarsi quotidianamente con una realtà arida e priva di stimoli, alla quale non sente di appartenere, trovando nel disegno artistico un “luogo sicuro”, nel quale rifugiarsi. La sua capacità di trasformare gli eventi che accadono nella sua vita in qualcosa di più interessante re-immaginandoli, fa della fantasia la sua arma vincente e una  scialuppa di salvezza dalla mediocrità che la circonda.

A differenza della protagonista, che per questo viene emarginata, i personaggi del film non accettano il rischio che comporta il sognare, rinchiusi in un’apparente sicurezza, che rifugge i problemi, ed evitando di puntare in alto accontentandosi così di “una vita tranquilla”.

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L’isolamento, e la mancanza di comunicazione sono quindi i temi principale della storia, e il fil rouge che la percorre mostra i meccanismi di ricatto che la società ci impone: come gli altri vorrebbero che fossimo e quanto noi siamo disposti a cedere a questo compromesso, pur di essere accettati. Un evento inatteso, il punto di non ritorno della storia, strappa il velo di ipocrisia che aleggia sui personaggi.

L’identità nordica della regista influisce sulla scelta del setting. Tutto è immerso in un ambiente da fiaba mitteleuropea, fuori dal mondo, che vede montagne innevate alternarsi a centri abitati dalle architetture moderne, quasi a voler sottolineare la differenza sostanziale tra la natura, luogo di sfogo e di incontro con sé stessi, e la città, fonte di continue distrazioni. Nella prima ritroviamo l’equilibrio che perdiamo nella seconda.

È questo assetto favolistico, che ricorda per certi versi i racconti celtici, a tornare spesso in diverse inquadrature del film, in cui la fotografia fa da padrona.

Durante lo svolgersi della storia, fanno la loro comparsa personaggi che, nell’immaginario di Jessica, prendono le sembianze di antichi druidi, di lupi che si aggirano nei boschi, di elementi di racconti fatati e surreali. È presente anche un omaggio al film Alice in Wonderland di Tim Burton, che contribuisce a sottolineare l’atmosfera fantastica.

Anche la scelta musicale è emblematica ed esplicativa del mood della storia: le musiche metal-rock di Peter Spilles con le canzoni del gruppo tedesco Project Pitchfork accompagnano il film fino ai lunghi titoli di coda.

Nelle intenzioni della regista la storia non è indirizzata solo a un pubblico giovane, ma si rivolge un po’ a tutti, portando lo spettatore in un nowhere-notime, “una dimensione parallela non raccontata in un genere fantascientifico ma con un lievissimo spostamento, non immediatamente recepito, da tutto ciò che conosciamo”.

Un progetto, questo film, che apre la strada a un nuovo genere, a un nuovo modo di sperimentare e produrre cinema. Gli studi personali sul 3D portano infatti la regista a sceglierlo come linguaggio cinematografico già dalla fase delle riprese, attraverso l’uso di più macchinari in contemporanea: la sfida è la ricerca di un’immagine “perfetta”.

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