L’effetto che fa… o che farebbe

di Giulia Russo

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E’ la notte tra il 4 e il 5 marzo 2016. Luca Varani, 23 anni, viene torturato ed ucciso in un appartamento romano da due ragazzi: Manuel Foffo e Marco Prato. Il giorno dopo il primo decide di raccontare l’accaduto al padre che, dopo aver contattato il legale di famiglia, chiama i carabinieri; il secondo tenta il suicidio in una camera d’albergo.

Dall’interrogatorio dopo il loro arresto emerge uno dei delitti più efferati degli ultimi anni, fatto di droghe, alcool ed una violenza disumana. Il 20 giugno 2016 Prato si suicida nel carcere di Velletri dove era detenuto, mentre Foffo viene condannato con rito abbreviato a 30 anni.

Dal 31 ottobre  all’8 novembre 2017 va in scena L’effetto che fa, spettacolo teatrale scritto e diretto dal giovane regista Giovanni Franci. Una premessa: lo spettacolo si conclude con le parole A Luca. Tenete ben a mente questi due, semplici termini perché sono di fondamentale importanza quando si tratta un reale caso di cronaca e non la storia inventata di un romanzo horror.

L'effetto che fa locandina Out Out MagazineLo spettacolo si apre con il personaggio di Varani che si presenta e introduce i due i suoi assassini: Prato è vestito da donna, con rossetto e tacchi alti; Foffo è in bretelle nere senza maglia. Entrambi sotto l’effetto di droghe – che elencano e di cui spiegano dettagliatamente gli effetti. Si continua con un’esatta cronaca delle ore prima dell’omicidio: dai 1800 euro di cocaina consumata alla ricerca di qualcuno da uccidere. Il delitto viene raccontato da una voce fuori campo, con i due assassini che spogliano completamente Varani distendendolo su un tavolo. Dopo i singoli monologhi dei personaggi lo spettacolo si conclude con la vittima che dichiara di non sapere la morale della storia raccontata ma di voler lasciare il giudizio allo spettatore.

Il primo problema da affrontare è quello di quanto sia giusto mettere in scena uno spettacolo su un caso di cronaca come questo. Non è la prima volta: il film-tv sul caso Meredith Kercher, il documentario sul delitto di Avetrana ed è stata annunciata una fiction sulla tragedia di Rigopiano. In questo caso il pubblico si divide tra chi non ci trova nulla di male e chi lo trova di cattivo gusto. Mai giudicare un libro dalla copertina, giusto? In questo caso il vero nodo controverso è la scelta di incentrare lo spettacolo sugli assassini. Foffo ed il suo terrore di venire considerato omosessuale. Foffo e la sua famiglia: la madre che lo ignora, il fratello prediletto dai genitori, il padre che lo abbandona. Foffo e la droga. Foffo e l’alcol. Prato e il bisogno di apparire. Prato e il suo sentirsi donna. Prato e la sua malinconica passione per Dalida. Prato e le droghe. Prato e l’alcol.

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Vorrei poter scrivere da abitante di un mondo utopico dove tutti sono uguali, accettati, dove le colpe dei genitori non ricadono sui figli. Purtroppo non è così ma la nostra vera ed unica libertà è quella di scegliere. La scelta è un atto volontariorazionale o impulsivo, che avviene nel momento in cui si presentano più alternative possibili delle quali assumendone una, e talora più di una, si può tradurre il giudizio in una successiva e conseguente azione. E’ sbagliato – ed un ipocrito perbenismo – scusare due assassini incolpando la triste e cattiva società che li ha portati a commettere un delitto atroce. Scegliamo ogni giorno. Si è scelto, in questo caso, di parlare di un carnefice come vittima di altri. Ma cosa succede se spostiamo l’inquadratura? Vediamo Luca Varani: essere umano, figlio, fidanzato, amico. Varani che è stato drogato a sua insaputa con l’Alcover – comunemente conosciuto come GHB o droga dello stupro. Varani a cui hanno tagliato le corde vocali per non farlo urlare per poi colpirlo con cento tra coltellate e martellate. Varani che ha lottato fino all’ultimo, anche dopo che gli hanno piantato un coltello da cucina nel polmone credendo di avergli trapassato il cuore. Varani che, come dichiarato da Foffo, è morto dopo molto tempo ed ha sofferto molto. Varani che nello spettacolo, dopo essere stato ucciso, si riveste, sorride ed esce di scena. Sorride. L’autore e regista ha dichiarato che non consiglierebbe la visione ai famigliari della vittima. E’ un ottimo consiglio: poi dovrebbe spiegargli faccia a faccia perché il loro ragazzo si riveste sorridendo dopo essere stato ucciso.

Ci sono storie che devono essere raccontate ma queste non è una di loro. Alcune volte il buon senso dovrebbe essere più forte del voler a tutti costi spettacolarizzare un caso di cronaca. Per rispetto nei confronti della famiglia e soprattutto della vittima avrebbero anche potuto evitare di concludere lo spettacolo con le parole A Luca.

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