Borg McEnroe, dall’ace al doppio fallo il passo è breve

in Concorso al Festival del Cinema di Roma – di Emanuele Rauco

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Il vero grande limite di Borg McEnroe è che non rende un buon servizio al tennis. Non ai due tennisti al centro del film di Janus Metz Pedersen, ma proprio allo sport, tra i più belli e densi filosoficamente (il documentario Love Means Zero o il memori Open di André Agassi lo dimostrano) e anche per questo tra i più difficili da rendere cinema, a meno che non ci si chiami Alfred Hitchcock (in Delitto per delitto).

Pedersen circonda il suo film di tennis ma lo lascia solo nella coda, concentrando la costruzione della tensione sì in virtù dell’incontro ma attraverso le psicologie dei due personaggi rivali che danno il titolo al film: Björn Borg e John McEnroe, il primo una macchina da guerra, perfezionista e dedito solo alla vittoria, i cui nervi però stanno per cedere quando nel 1980, nella finale di Wimbledon che gli potrebbe dare il record di vittorie consecutive nel torneo si trova di fronte il secondo, un tennista folle, irascibile, imprevedibile. La sceneggiatura di Ronnie Sandahl è quella di un film sportivo che cerca per quasi tutta la sua durata di mostrarsi come dramma biografico, lavorando principalmente sullo scontro di caratteri.

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E al netto di forzature, semplificazioni per lo spettatore e qualche eccesso nelle descrizioni (con l’accetta), il lavoro sui personaggi riesce a coinvolgere, soprattutto grazie al buon dualismo tra Sverrir Gudnason e Shia LaBoeuf bravi a rendere le implicazioni dei personaggi. Ma Pedersen, che alterna inquadrature da Dogma, atmosfere nordiche con un montaggio sincopato e para-pubblicitario, si mangia il match point che avrebbe potuto rendere Borg McEnroe un film riuscito.

Perché di fronte a quella che probabilmente è la più bella partita della storia del tennis (assieme alla finale di Wimbledon del 2008, Nadal Federer), il regista crolla, sbaglia i tempi del racconto, la conduzione del crescendo, la messinscena del gioco, sprecando cinematograficamente il tie-break del 4° set che è ancora oggi un poema epico. Forse, lavorando sulle emozioni più immediate, Pedersen si conquisterà una buona fetta di pubblico, ma Borg McEnroe lascia la sensazione dell’imitazione, più che della ricostruzione, di uno dei momenti fondamentali nella storia dello sport recente e della sua rappresentazione: la finale integrale – disponibile su YouTube – può servire da promemoria e da riscatto.

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