Alla ricerca del Taklamakan: Birds Without Names

in Concorso al Festival del Cinema di Roma – di Laura Pozzi

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E’ essenzialmente una storia di solitudini quella raccontata dal regista giapponese Kazuya Shiraishi nel suo enigmatico Birds without names tratto dal racconto omonimo di Mahokaru Numata.

Solitudini che s’incontrano, si scontrano, si perdono e alla fine si proteggono in una perfetta quadratura del cerchio. Non tutto risulta facilmente accessibile in questo dramma che rimbalza sospeso tra gli automatismi dei personaggi, che sembrano interagire seguendo un codice segreto di non immediata comprensione. Ad esempio non capiamo su quale strano rapporto si fonda la relazione tra la giovane e svagata Towako e Jinji uomo rozzo completamente estraneo a qualsiasi forma di galateo che però vive in funzione della ragazza e dei suoi strambi bisogni.

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Le umiliazioni che quotidianamente è costretto a subire, sono prive di reazione come se questa calma apparente mista a sudditanza servisse a preservare un equilibrio malato, ma garante di stabilità. Towako vive nel ricordo del suo ex Kurosaki con cui ha rotto in circostanze misteriose otto anni prima, ma l’incontro con Mizushima la porta a rivivere quell’amore tormentato. La percezione che risulta evidente durante la visione, è che qualcosa d’indefinito incombe in modo minaccioso e la storia nel suo procedere lenta e misteriosa affina ancor di più quest’effetto per certi versi speciale.

Tutto alla fine troverà spiegazione, o almeno così sembra, anche se resta un senso d’incompiutezza che sottopone la storia alle più svariate interpretazioni, facendo sorgere il dubbio di aver tralasciato qualche elemento fondamentale. Alcune soluzioni narrative sanno di già visto e il regista si fa prendere la mano nel mettere troppa carne al fuoco seminando indizi e insinuando dubbi senza però trovare l’ingrediente giusto capace di amalgamare il tutto. Così il film procede tra momenti di alto coinvolgimento ed altri di pura noia mista a confusione.

Difficile inserirlo in una categoria ben precisa, ma sicuramente non passerà inosservato soprattutto per chi ama le particolari atmosfere di un certo cinema giapponese, quello che ti incolla alla poltrona e ti costringe a ripensarci una volta terminata la proiezione. E ti induce a fare ricerche sul più volte citato deserto del Taklamakan, soprannominato “Il mare della morte”, popolato da uccelli senza nome che disegnano traiettorie perdute mai lontanamente sospettate.

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