L’isola dei fantasmi: And then there was light

in Concorso al Festival del Cinema di Roma – di Laura Pozzi

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Prologo: Mihama, sperduta e remota isola al largo della costa di Tokio dove una natura rigogliosa e seducente, fa da palcoscenico ai contrastanti sentimenti che legano Nobuyuki, Tasuku e Mika.

Tasuku il più piccolo, vittima dei continui abusi del padre adora segretamente Nobuyuki che invece ama Mika, un’insospettabile dark lady dagli occhi a mandorla che lo convince a commettere un crimine per difenderla da una violenza apparentemente subita, ma dalle circostanze poco chiare.

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Tasuku unico testimone con tanto di prova fotografica, custodirà il segreto per poi farlo riaffiorare molti anni dopo. Si perché nel frattempo in una bella notte di luna piena, un’onda minacciosa avanza pericolosamente provocando uno tzunami, che colpirà l’isola spazzando via la maggior parte degli abitanti. Venticinque anni dopo ritroviamo Nobuyuki immerso nel grigiore di una squallida città, sposato con una moglie infedele che lo tradisce con Tasuku, che cova in sè un sentimento di vendetta tale da ideare un diabolico ricatto che coinvolgerà anche Mika, che nel frattempo è diventata un’attrice famosa.

In cambio di una cospicua somma di denaro, restituirà la tanto agognata prova del delitto. Il tema della vendetta, non è nuovo nel cinema orientale, basti pensare alla trilogia del sudcoreano Park Chan-wook che è riuscito a sviscerarlo in modo esemplare in ogni sua sfaccettatura, quindi in questo senso Tatsushi Omori non ci racconta niente di nuovo anche perché la durata della pellicola (138 minuti) non l’aiuta.

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Possiamo accettare durate fiume da Chan-wook, ma lì ogni singolo minuto risulta essenziale per la storia, qui al contrario dopo poco più di un’ora i giochi sembrano fatti e si fatica non poco ad arrivare alla parola fine. Ma sarebbe ingiusto e poco onesto negare al film un fascino oscuro, che almeno nella prima parte richiama come un canto di sirena. Il merito va ricercato in quell’isola misteriosa, che sembra figlia di un sortilegio e che  nasconde un’inquietante sottostrato di violenza pronto ad esplodere.

E la bella fotografia che immortala una natura maestosa e spietata fa del prologo un piccolo capolavoro di genere, a metà strada fra l’horror e la ghost story. Il tutto reso ancora più potente da una techno music che stride  con la bellezza delle immagine e rende il tutto ancora più inquietante. Lo tzunami, che ha risparmiato le loro vite, non li resi dei sopravvissuti, ma piuttosto dei fantasmi che vagano silenziosi alla ricerca dell’isola che non c’è.

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