La vida y nada màs, irreality show

in Concorso al Festival del Cinema di Roma – di Emanuele Rauco

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Cerca la più completa adesione alla realtà Antonio Mendes Esparza nel suo film americano La vida y nada mas. La cerca nei luoghi, negli attori, nelle situazioni e di conseguenza nelle scelte di stile che lo compongono e che cercano più di ogni altra cosa la povertà del nuovo proletariato afro-americano.

I protagonisti sono un ragazzo adolescente, senza padre e in attesa di capire chi vuole essere nella vita, e la madre, che dopo aver visto il marito in galera, cerca di crescere un figlio e allo stesso tempo costruirsi una nuova vita. La sceneggiatura dello stesso regista non si discosta dai canoni imposti dal cinema indie e realizza un dramma suburbano che lavora sui modelli della docu-fiction (vere storie reinterpretate drammaturgicamente dagli stessi protagonisti oppure persone che recitano loro stesse in contesti a loro familiari).

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Ci lavora soprattutto tramite la messinscena che anziché ricorrere agli schemi ormai tradizionali del cinema europeo – fatto di camera a mano attaccata ai personaggi, senso di movimento, precarietà di immagini come precarie le vite che raccontano – opta per uno stile freddo, calcolato nel ritmo pensoso, nelle lunghe inquadrature fisse, nei campi medi, nel montaggio che cerca la distanza e in un gioco di personaggi e recitazione che punta allo sguardo quasi entomologico.

Ma la ricerca quasi ossessiva dell’effetto di realtà fa perdere a Esparza il senso della verità dell’opera, e più si avvicina alla “vita vera” più si allontana dallo spettatore, anche a causa di attori che non sono così vivi e a loro agio dentro la gabbia stilistica del regista, il quale pasticcia coi tempi, con la progressione, con il découpage e finisce per confondersi. E in nome del reale – per nulla afferrato né catturato – si dimentica la forza del cinema.

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