A Prayer Before Dawn, il corpo e la traccia

in Concorso al Festival del Cinema di Roma – di Emanuele Rauco

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È un corpo estraneo Billy Moore, bianco europeo nel mezzo di una prigione thailandese. E il suo corpo è l’unica cosa che ha: su di esso Jean-Stéphane Sauvaire si concentra in A Prayer Before Dawn, sui suoi muscoli, sulla sue pelle e sulle tracce che i colpi lasciano e che sono quasi tracce identitarie, come se il film fosse un capitolo del saggio La pelle e la traccia di David LeBreton.

Il film ricostruisce la vera storia di Moore, pugile di boxe thailandese che finisce in prigione per droga, e che qui dovrà imparare a sopravvivere alla violenza quotidiana e senza regole del carcere. Ovviamente, l’unica via di speranza è il combattimento. Scritto da Jonathan Hirschbein e Nick Saltrese,

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A Prayer Before Dawn è un film carcerario e sportivo al tempo stesso, generi di cui prende i cliché per gettarli dentro luoghi veri con veri carcerati e farne filtrare la violenza primitiva.

È un film che usa la realtà per creare racconto e quindi romanzarla, ma anche un film che fa un discorso preciso e radicale sul corpo: della storia di Moore e del percorso di redenzione, a Sauvaire non interessa la spiritualità – nonostante il titolo – o il lato morale, ma interessa solo mostrare la forza, la resistenza, la violenza. Più che il gesto interessa il colpo, il pugno o il calcio, l’effetto e il fine anziché la causa e il mezzo: è un approccio superficiale, forse sensazionalistico, di sicuro facile da odiare (c’è un movimento a stringere su un corpo impiccato che riporta alla mente le parole di Rivette su “Kapò” e l’abiezione). Eppure, Sauvaire lo gestisce con coerenza, dando alla superficie intesa come epidermide, un valore rituale, persino erotico, che permette al corpo estraneo prima di “integrarsi”, mostrare valore e poi di emanciparsi.

MV5BNGNlNWY4OWYtNTgwYy00Y2NjLTk0YzYtMDIyNmU3MmZjZTUxXkEyXkFqcGdeQXVyNDg4MzI5Ng@@._V1_UY1200_CR116,0,630,1200_AL_È un film crudo, che asfissia e tambureggia lo spettatore, ma non gioca a opprimerlo, sfrutta bene i suoi elementi visivi e ritmici, la sua visione del mondo come una danza tribale in cui conta l’espressione del corpo e non il suo movimento coreografico (dei pugili, della macchina da presa), tanto da avere qualche cedimento solo quando appaiono gli snodi “drammaturgici” della vera storia di Moore. Che però, negli occhi e nelle ferite di Joe Cole, si astrae dal biografia e diventa quasi un’esperienza “antropologica”.

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