Sense8: la connessione dell’uomo 2.0

di Giulia Russo

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Otto città. Otto protagonisti con un’unica connessione mentale. Una farmacista indiana, un criminale tedesco, un poliziotto americano, una dj islandese, un attore messicano, una blogger statunitense, una donna d’affari sud-coreana ed un’autista keniota. Otto storie separate che si incontrano nel momento in cui una “madre” – interpretata da Daryl Hannah – dà alla luce un cluster, ossia un gruppo di individui connessi telepaticamente tra di loro.

Le sorelle Wachowski hanno dato vita ad uno show difficile da catalogare: è una serie d’azione, sci-fi, drammatica, sicuramente romantica e davvero divertente. Questi otto sconosciuti iniziano improvvisamente a condividere tra loro i ricordi, la vita e le sensazioni fino al punto di riuscire a raggiungersi da un continente all’altro – non fisicamente – ed entrare in possesso dei corpi degli altri membri del gruppo.

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Lana e Lilly Wachowski si avvalgono di J. Micheal Straczynski, già autore di Babylon 5, che ha partecipato alla stesura della sceneggiatura ed ha curato il post-produzione. La regia è stata divisa per location; nei titoli d’apertura, per comodità, viene aggiunto solo un regista alla volta oltre alle ideatrici. La fotografia è affidata a John Toll – vincitore di due Premi Oscar per Vento di Passioni e Braveheart – che in particolar modo sul set di Reykjavik fa un lavoro incredibile di esaltazione delle scene e dei personaggi.

L’idea di base della serie è quella della connessione senza limiti tra gli esseri umani. L’evoluzione della specie, che in questo caso diventa l’Homo Sensorium, avviene attraverso esseri incredibilmente empatici che non vedono differenze tra di loro. Lo show non è consigliato ad un pubblico di strette – o limitate – vedute. In quanto celebrazione della diversità, oltre che etnica e di classe sociale, le sorelle Wachowski – all’anagrafe i fratelli – danno ampio spazio a tematiche LGBTQ. In particolar modo i personaggi di Lito e Nomi: il primo è un attore messicano, l’emblema dell’uomo alpha che però nasconde pubblicamente la relazione con il compagno Hernando; la seconda è una blogger ed hacker informatica transessuale che insieme alla fidanzata Amanita difende i diritti delle persone transgender ma che si scontra con parte della famiglia che la chiama ancora con il nome di battesimo.

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Il vero “picco arcobaleno” si ha nella seconda stagione quando il cluster partecipa al Gay Pride di Rio de Janeiro – non semplice da riprendere visto il quasi milione di partecipanti. I personaggi con meno visibilità sono quelli della coreana Sun e dell’autista fan di Jean-Claude Van Damme, un peccato visto il loro potenziale narrativo. Non mancano le classiche storie d’amore: troppo scontata e caramellosa quella tra il poliziotto Will e la dee-jay Riley ma sicuramente più interessante tra l’indiana Kala ed tedesco Wolfgang che mostra uno splendido contrasto tra una splendente Mumbay ed una piovosa Berlino. Questi ultimi si ritroveranno al matrimonio della ragazza – curato in pieno stile Bollywood – quando il giovane le appare totalmente nudo nel momento del fatidico si. La serie non tralascia nulla dal punto di vista visivo – dai nudi integrali ad un’orgia – ma lo fa senza volgarità, non dimenticando mai che il punto centrale rimane sempre la connessione tra persone, in modo particolare in una scena di sesso.

Anche in questo caso, così come con la fotografia, la colonna sonora esalta le scene: durante l’orgia con Demons di Fatboy Slim e con Feeling Good  in una recente versione del dj Avicii. Il brano che però è il vero collante del cluster in entrambe le stagioni è What’s Up delle 4 Non Blondes – brano del 1993 della band capitanata da Linda Perry – che vi rimarrà nella testa per davvero tanto tempo.

A causa dell’alto costo del budget, circa 9 milioni di dollari per episodio, Netflix ha prodotto solo due stagioni ed uno speciale natalizio e ne ha annunciato la cancellazione a metà 2017.  In questo caso sono stati i fan a connettersi a distanza: dopo petizioni e disdette dell’abbonamento, il network ha deciso di produrre un episodio conclusivo di circa due ore nel 2018.

Un’ epilogo meritato per una serie che ha creato un reale cluster tra milioni d’utenti.

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