Valley of Shadows, tundre e nebbia

in Concorso al Festival del Cinema di Roma – di Emanuele Rauco

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C’è un momento chiave in Valley of Shadows, che ne esplicita la natura mitica: il ragazzino protagonista perso nella foresta norvegese sale su una barchetta, si addormenta mentre percorre un fiume nebbioso, arriva nella casa di un uomo incappucciato. Un viaggio simbolico nell’oltretomba che suggella il percorso suggestivo del regista Jonas Matzow Gulbrandsen.

Al centro del film ci sono le morti delle pecore del villaggio e la presenza secondo il piccolo Aslak e il suo migliore amico, di un licantropo. Ma se una leggenda e un gioco tra bambini non fosse solo un gioco? E se questa vicenda avesse a che fare con la scomparsa del fratello maggiore di Aslak? La sceneggiatura del regista Clement Tuffreau lascia sospese – ma non irrisolte – le domande e fa di Valley of Shadows un dramma gotico, adolescenziale e nero, incentrato sul folklore nordico.

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Di questo folklore Gulbrandsen prende soprattutto il rapporto con la natura che è strettissimo, un legame innato e indissolubile e che proprio per questo non genera paure o reverenze, non trasmette il senso romantico della maestosità proprio, per esempio della cultura mitteleuropea, ma comunica un quieto timore, una pervasiva suggestione che informa ogni passaggio del film. E quindi queste suggestioni, usate con intelligenza, possono raccontare l’intima ricerca di un bambino del rapporto con una figura paterna assente, che sia un fratello maggiore scomparso, un amico grande e poco affidabile o persino un cane.

La narrazione forse è un po’ faticosa, ma Valley Of Shadows ha dalla sua parte una densità visiva (fotografia del fratello del regista, Marius) e sonora (musiche di Zbigniew Preisner) affascinante e avvolgente, che si apre alla mitologia, che costeggia il soprannaturale e che come ogni mitologia serve a raccontare il presente o l’essere umano. E soprattutto il rapporto con la morte, che qui ha una potenza notevole. E sottile, come tutto il film.

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