Una vita in pista : Ferrari – Race to Immortality

in Concorso al Festival del Cinema di Roma – di Laura Caporusso

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A partire dagli anni ’50 la scuderia automobilistica fondata da Enzo Ferrari colleziona vittorie mondiali e successi a non finire. Il documentario diretto da Daryl Goodrich racconta le imprese compiute dai piloti della casa automobilistica, e fornendo anche testimonianze dirette di chi ha vissuto quel periodo.

Enzo Ferrari viene dipinto come un uomo disposto a tutto per vincere: è un uomo cinico, freddo e quasi distaccato nei confronti di ciò che avviene fuori dai circuiti. Persino la morte dei piloti, che in quegli anni risultano essere molto frequenti, sembrano non intaccare la dura corazza del Sig. Ferrari. In questo ricorda molto Nick Bollettieri (l’allenatore di Andre Agassi), che pretendeva dai suoi allievi costanza, impegno e duro lavoro.

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Enzo Ferrari è un uomo che, nella sua vita, ha dovuto affrontare diversi dolori, primi tra tutti la morte di entrambi i genitori: in qualche modo si potrebbe pensare che, questo suo atteggiamento “di pietra”, sia giustificato da questi due lutti molto forti. Tanto che, di fronte alla morte di uno dei suoi piloti durante una gara di qualifica, la prima domanda che Ferrari farà è “E la macchina? E’ ancora intatta?”

E’ comunque un altro modo di vedere questo tipo di sport, tutto ciò che avviene fuori dalle piste, le gioie, i dolori e i dubbi che si insinuano nei piloti prima, durante e dopo una gara. In particolare si focalizza l’attenzione su due piloti: Mike Hawthorn e Peter Collins. I due inglesi, dapprima rivali poiché Hawthorn correva per la Maserati, si ritrovano entrambi nella scuderia del cavallino rampante, spalleggiandosi e diventando grandi amici.

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Nel 1958, però, l’era gloriosa delle Ferrari subiscono un duro colpo: durante una gara in Germania Peter Collins perde la vita. Per tutti, in particolare per Hawthorn, è l’inizio della fine. Dopo aver finito le gare, e dopo aver vinto il titolo mondiale, il pilota inglese lascerà per sempre il mondo delle corse automobilistiche.

Il documentario lascia un senso di spaesamento, forse anche dovuto al fatto che, l’automobilismo, è considerato uno sport “d’elite”, non seguito dalla massa ma solo dai veri appassionati di motori, proprio come lo era Enzo Ferrari.

L’attenzione del regista è focalizzata sulle corse e sul rapporto di Enzo con i suoi piloti. Come Bollettieri con Agassi, così Ferrari stringe un rapporto “padre-figlio” con Collins. La sua perdita segnerà profondamente Ferrari, tanto da lasciargli un senso di vuoto permanente fino al giorno della sua morte, avvenuta all’età di 90 anni.

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