La crepa da cui non entra luce: Prendre le large

in Concorso al Festival del Cinema di Roma – di Laura Pozzi

prendre le large.jpg

L’insostenibile leggerezza del cinema francese, riesce a non urtare troppo la nostra sensibilità anche quando tratta storie drammaticamente attuali e poco rassicuranti. Attenzione questo non è un limite come potrebbe sembrare, perché il saper raccontare senza spingere troppo sul pedale dell’accelleratore, ponendosi sempre con la giusta distanza, risulta essere la carta vincente in determinate operazioni cinematografiche.

Il mondo del lavoro ai tempi della globalizzazione è un tema ostico, spigoloso, oscuro che porta in seno problematiche fino a qualche tempo fa impensabili. Lo sa bene Edith (una sommessa, ma determinata Sandrine Bonnaire) operaia presso un’azienda tessile francese, che da un giorno all’altro si trova senza lavoro, con la sola alternativa di un dislocamento a Tangeri.

prendre-le-large-sandrine-bonnaire.jpg

In poche parole se vuole continuare a lavorare deve trasferirsi in Marocco alle condizioni lavorative del paese ospitante. Che manco a dirlo per un occidentale, ma non solo rasentano la preistoria. Ma Edith, che pur avendo legami profondi (un figlio con cui fatica a relazionarsi) accetta senza esitazioni, trasformando una scelta difficile in una seconda possibilità. Ai nostri giorni, l’idea di un trasferimento all’estero è una realtà a volte necessaria e del tutto comprensibile, il problema semmai nasce quando la destinazione finale non prevede una città europea, ma africana frequentata solo ed esclusivamente per fini turistici.

prendre-le-large-film.jpg

E’ qui che la nostra cultura del tutto impreparata a capovolgere la prospettiva vigente, mostra una crepa da cui è difficile far entrare luce. Non è così per Gael Morel che proprio su questo spunto interessante costruisce una storia tesa e potente che trova i suoi momenti migliori nel complicato rapporto tra Edith e gli abitanti. Le scene in fabbrica, tra macchinari obsoleti e donne sottomesse ad una logica lavorativa degradante e distruttiva creano tensione e turbamento come se improvvisamente questa immigrazione al contrario ci riportasse indietro di due secoli.

Ma Edith è una donna assolutamente convinta che il lavoro nobiliti l’uomo e quando le avversità saranno tali da costringerla a raccogliere fragole al pari di una schiava la sua dignità non verrà meno. La sua personale via crucis la porta a lasciare il suo inferno natio per un altro inferno a lei più congeniale. A Tangeri troverà quella solidarietà di cui aveva perso traccia e da cui non ha esitato a fuggire. Il finale  più volte accusato di essere troppo happy, in realtà non decreta nessun vincitore e permette a Morel di non abbandonare i suoi personaggi evitando una condanna morale che appare inutilmente forzata.

Rispondi