Viaggio verso l’irreale: Quattro mosche di velluto grigio

di Fabrizio Spurio

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Subito dopo il “gatto a nove code” Argento realizza questo nuovo thriller. In questo film inizia ad esserci una svolta nel cinema di Argento, inizia a farsi largo un certo surrealismo che diventerà nel tempo onirismo e delirio.

Nel film appare quello che sarà il primo di una lunga serie di manichini e bambole che percorreranno la filmografia del regista. Un uomo con la faccia coperta da una maschera (il manichino di cui sopra) minaccia di morte e ricatta il protagonista. Sarà il misterioso maniaco che costellerà la pellicola di delitti. Il film si può dire che sia diviso in due parti che si alternano durante lo svolgersi della vicenda: quelle ambientate in casa di Roberto, il protagonista, e tutte le altre fuori di questa casa.

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La divisione stilistica delle sequenze tra interno ed esterno è vistosamente palese. Le riprese in casa di Roberto sono estremamente statiche, mentre quando siamo in altri ambienti allora la macchina da presa si muove, avvolge i personaggi, li segue e precede. In effetti Argento vuole chiaramente distogliere la nostra attenzione da quello che scopriremo essere il centro della vicenda. Non vuole che le inquadrature dell’ambiente casalingo siano particolarmente memorabili, in quanto intende portare altrove la nostra attenzione, vuole allontanarci da quello che invece è proprio il cuore della vicenda.

I film di Argento spesso sono chiari ad una seconda visione. Quando ormai sappiamo già qual’è il segreto della pellicola allora ci rendiamo conto del perché alcune scelte sono state prese dal regista. Le inquadrature in casa, e sopratutto i dialoghi tra Roberto e la moglie Nina, si avvalgono di riprese semplici. Molto spesso sono inquadrature fisse che riprendono i due che si scambiano delle battute molto scarne. E’ difficile vedere tra i due un campo ed un contro-campo. Argento vuole sbrigarsi a realizzare queste scene di dialogo, che sembrano quasi messe li a riempimento, solamente perché un’esigenza di copione vuole che ci siano.

Sembra come se Argento avesse l’urgenza di interessarsi ad altro nella vicenda del film. Il tutto concorre a voler sottolineare che tra i due non ci sia un forte legame, ma anzi, una notevole freddezza e disinteresse. Ma è proprio in questo l’inganno. Il vero centro del mistero è proprio nella casa di Roberto in quanto l’assassino e motore della vicenda è sua moglie Nina.

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Argento, con la chiave della banalità, vuole spingerci a pensare che di fronte a tanta semplicità di ripresa non può nascondersi la soluzione dell’enigma. L’abitazione di Roberto è anonima, e non rimane impressa nella mente dello spettatore, che così è portato a porre attenzione ad altri ambienti, a cercare di trovare indizi sparsi nella città dov’è ambientata la vicenda. Ci aspettiamo che l’intreccio si sciolga in un ambiente più “teatrale” come suggerito dall’inizio, con la sequenza del finto omicidio dell’inseguitore di Roberto (anche se all’occhio attento di qualche spettatore non sarà sfuggito il dettaglio della lama truccata a inizio film, quando l’inseguitore minaccia Roberto con il finto pugnale: facendo attenzione si nota che la lama ha una tacca che sta ad indicare una punta retrattile), ma anche qui sta l’intuizione geniale del regista.

A fare attenzione si nota che le riprese in casa di Roberto hanno una staticità teatrale, e a volte si intravede, dietro le spalle di Roberto (la prima volta durante il primo agguato notturno ai danni del ragazzo, la seconda volta durante un dialogo con Nina) una pesante tenda rossa, che riporta all’idea del teatro iniziale. C’è quasi la voglia a sottintendere che Nina si trovi su un palcoscenico, pronta a recitare la sua parte di donna fragile e spaventata; mentre è proprio lei che da dietro le quinte muove i fili dei personaggi marionetta. Come era falso e teatrale quel primo incidentale omicidio, così è falsa e teatrale l’innocenza di Nina.

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Veramente Roberto è tra i più fallimentari dei protagonisti di Argento, superato solamente dalla Betty di Opera. Roberto non riesce a scoprire chi lo vuole uccidere e si deve mettere nelle mani di personaggi stravaganti che, nonostante tutto, sapranno scoprire la verità molto prima di lui e in minor tempo. Si veda ad esempio la figura dell’ispettore gay Arrosio. In poco riesce a capire chi si nasconde dietro al mistero, mentre Roberto, da sempre accanto a sua moglie, non ha mai avuto neanche il sospetto di aver convissuto per anni con una folle maniaca. E non conoscendo neanche la storia prematrimoniale di Nina ci fa capire che in realtà i due non si sono mai confidati ma neanche parlati. Certo che Nina preferirebbe mantenere il segreto del suo ricovero, ma sarebbe stato normale anche che Roberto in qualche modo intuisse qualche cosa. Ci si trova di fronte ad una coppia di estranei, due persone che si sono sposate per motivi lontani dall’amore: Nina dichiaratamente per motivi di vendetta; ma potrebbe essere logico che invece Roberto si sia sposato per questioni economiche. E’ lui stesso ad ammettere che i soldi sono della moglie.

Questo ragionamento trova conferma nel fatto che addirittura la cameriera Amelia, che vive in casa di Roberto, scopre cosa stia succedendo veramente, tanto da spingersi, malauguratamente, a ricattare Nina.

Ma un margine di scusante lo possiamo concedere a Roberto, in quanto neanche un altro personaggio, Dalia, cugina di Nina, sa nulla del passato della donna. Forse Nina è stata tanto abile e scaltra da nascondere le sue tragedie familiari anche alla parente. Ma qui stona un po’ troppo la situazione. Risulta difficile pensare che Dalia, in quanto cugina, non abbia mai saputo del ricovero in manicomio della madre di Nina e di Nina stessa. Come ci conferma l’assassina nella delirante confessione finale, la madre è morta in manicomio, ed è quindi macchinosa e artificiosa l’idea che Dalia non conoscesse le sorti della sfortunata famiglia di Nina.

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Ma ormai a questo punto della carriera del regista, l’attenzione di Argento si sta spostando verso la costruzione di trame che sfiorano l’irreale. Un esempio di questa irrealtà è data dalla sequenza dell’omicidio di Amelia, in un parco. Mentre attende Nina non si rende conto del tempo che passa. Ad un certo punto, quasi senza nessuna continuità se non alcuni stacchi, passiamo dal pomeriggio alla notte, quando Amelia, ormai sola nel parco, viene braccata dal maniaco. Un altro momento irreale, vero manifesto dell’allucinazione visiva del film, è l’incidente di macchina finale in cui perde la vita Nina. Avvolta dalla dolcezza della musica di Morricone, Nina va incontro al suo destino in una nube di cristalli infranti che le vola intorno, dilatando per lunghi minuti lo svolgersi di una morte che ad una visione normale sarebbe risultata violenta e disturbante. In questo modo invece Argento suscita nello spettatore una forma inaspettata di pietà nei confronti di quella che si è rivelata una spietata serial killer.

La polizia comincia a scomparire gradualmente, riducendo la sua presenza a mero contorno (qui è praticamente inesistente, ed ha solo un guizzo di utilità nella decisione di scoprire l’immagine nella retina del cadavere, ma dopo questa concessione sarà di nuovo fagocitata nell’ombra della vicenda), mentre la storia si spinge verso le derive del sogno, nella sequenza dell’esecuzione nella piazza araba. Sequenza che torna a sottolineare la volontà di scandagliare nuovi confini di delirio, che cominceranno a dilagare qualche tempo dopo nel film Profondo Rosso.

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