Cinema Farnese di Fernando Acitelli

di Antonella Rizzo

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Dichiararsi eretici della modernità in una cartolina dalla tessitura di colore sbadatamente vintage: questo è Cinema Farnese di Fernando Acitelli, un poeta senza compromessi stilistici. L’autore è nato e vive a Roma dove ha studiato Lettere Moderne presso l’Università “La Sapienza” di Roma e Filosofia alla “Pontificia Università Lateranense”.

Ha pubblicato dieci raccolte di poesia, tra cui La solitudine dell’ala destra, Cantos romani e Accattone. In prosa il romanzo Sulla strada del padre e due volumi di racconti: I vecchi esultano la sera e Miagola Jane Birkin, Filologia degli anni Sessanta.

Cosa rimane dell’ultimo periodo del Novecento ancora segnato da una volontà di recupero spirituale, dopo un secolo di vicende artistiche dolorose ma feconde è svelato in questo romanzo-confessione degli ultimi attimi di un’epoca. Una zona spazio-temporale che sopravvive nell’interiorità dell’artista e di tutti coloro hanno scelto la strada della contemplazione attiva, antitesi efficace al modello conoscitivo empirista dei flaneur contemporanei. Non esiste più il luogo dell’analisi, la bottega dove si svolge il mondo misterico dell’artista. Cinema Farnese è forse è un tributo alla cara, vecchia scuola romana che per molti rappresenta l’ultimo approdo della poesia autentica? Può darsi, ma non solo. Sicuramente l’habitat del protagonista si pone come orgoglioso baluardo difensivo contro l’esperienza della parola e del gesto compulsivo, controbattendo il viaggiatore anaffettivo dei giorni nostri.

Il giovane protagonista del romanzo si abbandona al contatto estetico con il codice antropologico del suo gruppo e del suo tempo, godendo di quelle ricercatezze che i momenti inaspettati possono regalare, anche dall’osservazione privilegiata sui gradini delle piazze. Le piazze dei poeti e dei pittori, dell’amore senza peccato originale del giovane studente ricercatamente scapigliato. Egli si perde nel ventre di Diana, la dea selvatica dal pube adorno e boschivo incarnata in Valeria, ferina e nutriente come latte di capra, che sembra offrire generosamente affacciata  dall’attico di una delle piazze più belle del mondo. E come non condividere quei minuti-secoli ad aspettare la parola del Poeta, angelo passeggiatore della Roma nel crepuscolo. Le cose che avremmo voluto vivere e dire anche noi, nati malauguratamente solo qualche anno dopo le grandi utopie. Seduti come il protagonista ad aspettare il momento propizio per cogliere l’anima della letteratura dalle silhouettes  di quei figuri di esotica bellezza che passeggiavano da soli o in compagnia: Veneziani, Bellezza, Paris e la leggenda di Sandro Penna che non erano mai riusciti ad incontrare. Elegantissimi, un po’ fricchettoni e un po’ dandy, con le lunghe sciarpe di seta indiana a sfiorare la cintola e la parola pronta ad annegare nella melma della periferia più estrema.

Ma il tempo passa come la narrazione implacabile di Acitelli che decide di imprimere un sigillo di unicità a questo lascito generoso di quegli anni, con una struttura letteraria completamente rivoluzionaria e reazionaria contemporaneamente. Tutta l’opera è scandita da un ritmo geometrico indispensabile per contenere il flusso dei pensieri: l’esordio di ogni capitolo con un paragrafo a mo’ di quadro centrale seguito poi da pagine spietatamente divise in due lunghissimi periodi senza le necessità  sintattiche e prosodiche del punto fermo, posto solo alla fine di ciascun delirio espresso in tutta la sua potenza. E così che il tempo si consuma, in attesa  degli autobus che portano in periferia o allo stadio, in un cannone di fumo. Intanto si materializzano i pensieri davanti al Cinema Farnese, la Facoltà di Farmacia, il Poeta che ti passa ancora una volta davanti e ancora non hai deciso quale approccio tentare. Poi il chinotto Neri e la serranda del Farnese dove sederti e respirare ancora a pieni polmoni, al crocevia delle giornate.

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