C’est la vie, il dissenso della festa

in Concorso al Festival del Cinema di Roma – di Emanuele Rauco

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L’integrazione è un fatto ormai assodato per il cinema e la cultura francese, anni di colonialismo hanno avuto come positivo effetto collaterale la nascita di una nazione multiculturale in cui la differenza e l’uguaglianza sono fatti assodati, si potrebbe dire.

E allora dopo Quasi amici, che più o meno certificava questo, Olivier Nakache ed Éric Toledano con C’est la vie cercano l’integrazione dei corpi comici del recente cinema francese al loro cinema popolare d’alto bordo.

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Il film racconta di una brigata specializzata nell’organizzazione di ricevimenti e feste e del suo capo, i cui problemi personali e personali si accavallano. E siccome il matrimonio da organizzare non è dei più semplici, i guai si accavalleranno in un crescendo. Scritto dai due registi, C’est la vie (il cui titolo originale è Le sens de la fète, il senso della festa) è una commedia pura, che vive del progredire delle trovate e del crescere dei personaggi attraverso i loro buffi difetti.

In un certo senso, Nakache e Toledano affinano tendenze stilistiche e approccio, il metodo per così dire dei loro film precedenti, smussando soprattutto la tendenza al politicamente corretto che appesantiva i precedenti e che a volte li affondava, come in Samba. Non che sia un film trasgressivo o scomodo, ma uno dei meriti di C’est la vie è di evitare l’impatto anodino di quasi tutto il cinema popolare (non solo francese) e accogliere istanze inusuali e discutibili ma vitali, come il punto di vista padronale e borghese del suo protagonista, quasi rivendicato con orgoglio. E quindi fa parte del senso del film l’integrazione in un film borghese, pensato per un pubblico ampio e generico e che rifletta anche il corso della società, di due corpi comici sgradevoli, sgraziati, disperati e disperanti come Alban Ivanov e il sempre grandioso Vincent Macaigne.

Gli altri meriti sono quelli che ogni commedia dovrebbe avere: scrittura rigorosa e vispa, regia che conduce il racconto con verve e ottimo ritmo, trovate comiche, stile che “si adatta” (il mantra che ripete il solito, fantastico Jean-Pierre Bacri) ai momenti del ricevimento, come nel favoloso finale “volante” e attori prodigiosi che giocano coi loro caratteri con sicurezza e freschezza. C’est la vie è una conferma d’autore, ma soprattutto la traccia di un modo d’intendere il cinema popolare che il pubblico lo rispetta davvero.

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