Black Mirror, la distopia tecnologica

di Gianluca Sforza

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La fantascienza è un genere strano; gli scrittori Fruttero e Lucentini, che se ne intendevano avendola portata in Italia creando la rivista Urania, la paragonavano al jazz, ossia “un genere di origini popolari ma di nobili ascendenze” a causa della natura speculativa o estrapolativa di alcune sue opere (pensiamo soprattutto ai nobili e colti romanzi distopici politici europei della prima parte del secolo scorso come 1984, Il mondo nuovo, Noi, La guerra della salamandre in ordine sparso), ma fino agli anni 60 la maggior parte della produzione non ha trovato dignità nelle librerie

Rimanendo nell’ambito cinematografico, gli anni 60 e 70 sono stati quelli d’oro, in un periodo storico in cui qualunque ambito artistico cercava di superare i propri limiti di genere per parlare un linguaggio universale ad un pubblico stimolante e molto preparato; pensiamo alla musica rock, allo stesso cinema mainstream, alla letteratura e teatro, alle scienze sociali. Nel nostro campo 2001 Odissea nello Spazio e Solaris dimostrano che la sperimentazione e la voglia di osare hanno portato la fantascienza a livelli artistici insuperati. In seguito invece, lo tsunami degli effetti speciali e la computer graphics così come un periodo storico meno propenso a lasciare messaggi profondi, hanno ridefinito i confini del genere riportandolo ad intrattenimento puro.

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Ma le eccezioni ci sono, e nel secondo decennio del nuovo millennio la più brillante novità non viene dal cinema bensì dalla televisione; stiamo parlando della serie tv britannica Black Mirror, ideata dal geniale scrittore e produttore televisivo Charlie Brooker; tre stagioni finora (in programmazione una quarta) e tredici episodi autoconclusivi caustici e sferzanti. Ma a quale ramo della fantascienza appartiene Black Mirror?  Dal momento che è troppo generico chiamarla fantascienza social o soft, useremo il termine usato dagli anglosassoni “mundane science fiction“, ossia una fiction molto legata ai rapidi mutamenti sociali portati dall’accelerazione geometrica del progresso tecnologico; niente alieni o viaggi nel tempo dunque, e nemmeno catastrofi naturali, ma distopie come nella nobile tradizione europea, che partendo dalle allegorie satiriche di Jonathan Swift giunge fino ai romanzi citati sopra.

Black Mirror è una sorta di instant serial, che sull’onda del successo negli ultimi anni dei social network e di un mondo sempre più connesso indaga come l’uso diffuso e smodato presso la popolazione delle tecnologie social possa deteriorare i rapporti umani e portare a conseguenze sviluppate in modo paradossale ed estremo nei singoli racconti, ma non troppo inverosimile. Passiamo ad esaminare tre episodi della serie.

Voyeurismo

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Nell’episodio Orso Bianco (White Bear) della seconda stagione assistiamo alla vicenda ansiogena della povera protagonista Victoria Spillane, che si sveglia senza memoria seduta su una sedia in un’anonima stanza. Lo spettatore segue in prima persona le vicende della Spillane, che uscita dalla stanza nota una foto di una bambina che prende con sé, fissata nella cornice di un’altra foto che la ritrae con un uomo. Altri particolari, come un calendario con i giorni segnati da una X fino a quel giorno, e i televisori della casa che trasmettono l’immagine statica di un simbolo strano, contribuiscono a incrementare lo stato di disorientamento sia della protagonista che dello spettatore che vive il suo stesso confuso stato emotivo. Uscita dalla casa, vediamo un nugolo di persone che riprendono la donna con i loro cellulari, non riscontrando però alcun tipo di reazione alle sue richieste di aiuto. Senza raccontare il proseguio della storia scopriamo, grazie al coup de theatre finale, che la Spillane non è propriamente una vittima innocente, ma il sistema punitivo messo in piedi dalle autorità politico-giudiziarie – che rimanda ai reality show – è così sadicamente spietato, che lo spettatore non può che prendere le parti della protagonista, sottoposta ad una tortura psicologica senza soluzione di continuità.

La regia straordinaria nel seguire passo dopo passo le (dis)avventure della Spillane con continui colpi di scena e capovolgimenti di fronte che si consumano nello spazio di un’ora amplifica l’efficacia dell’episodio nel far riflettere lo spettatore sulle conseguenze a cui può condurre il nostro voyeurismo nell’era della connessione globale, il desiderio non solo di ficcare il naso nella vita altrui, ma anche il meschino piacere di godere dell’altrui sofferenza, come recitano i primi versi del proemio del secondo libro del De Rerum Natura di Lucrezio; uno stato d’animo viscido, ma ben diffuso nell’animo umano, è esaltato dal potente mezzo televisivo che trasforma ognuno di noi in un mostro ben peggiore del peggiore criminale.

Addio alla privacy

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In 1984 George Orwell avvertiva il lettore che niente può sfuggire all’occhio del Grande Fratello. L’episodio Zitto e balla (Shut up and dance) si avvale di una regia ancora più convincente nella capacità di seminare indizi qua e là, che solo alla fine si riveleranno essenziali per far quadrare i conti ad un attento osservatore, ed è un eccellente esempio di come nel miglior cinema (o sceneggiato televisivo) nessun dettaglio è casuale e nulla è superfluo. Anche in questo caso lo spettatore empatizza facilmente con il protagonista, un giovane adolescente di nome Kenny, che finisce presto in un vortice terrificante di ricatti e minacce, ad opera di hackers misteriosi che hanno introdotto un dispositivo nel suo computer che consente loro di impossessarsi della sua webcam e di spiare così ogni azione commessa dal ragazzo.

Dopo essersi masturbato di fronte a delle foto (e video) presumibilmente pornografiche, Kenny comincia a ricevere dei messaggi sms da un numero cellulare anonimo che gli ordina di commettere una serie di azioni incomprensibili sotto minaccia di diffondere il suo “peccato” a tutti i social networks al quale il ragazzo è collegato se non dovesse ubbidire. Lo spettatore assiste alle vicende di un adolescente come tanti, che sembra non essere colpevole che di un gesto assolutamente fisiologico, soprattutto per una persona della sua età, ma che lui stesso non arriva mai a spiegare nei dettagli alle persone che incontra in questa sua personale κατάβασις e che sembrano anch’esse avere qualcosa da nascondere trovandosi sotto ricatto ad opera degli stessi sconosciuti hackers che minacciano lui. L’intelligenza di Zitto e balla consiste nel ricordare ad ognuno di noi che tutti abbiamo qualcosa da nascondere e di cui vergognarci, e che la vicenda della National Security Agency americana, salita agli onori della cronaca qualche anno fa a causa del perverso sistema di spionaggio a danno di milioni di cittadini in tutto il mondo grazie ai dati accumulati in miriadi di database rubati ai social network di vario genere, rappresenta solo un punto di partenza di una dinamica che può degenerare con estrema facilità a situazioni da incubo come quelle rappresentate in Black Mirror. Il ragazzo arriverà a commettere atti orribili affinchè nessuno dei suoi conoscenti scopra il suo segreto, ma in un finale crudele e puritano al tempo stesso, nemmeno la cieca obbedienza ai suoi crudeli torturatori salverà il povero Kenny (e gli altri malcapitati) dalla diffusione della verità.

Assenza di responsabilità

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Tutti ricordano la vicenda di appena un anno fa della ragazza napoletana Tiziana Cantone suicidatasi a causa della diffusione su internet di una serie di video in cui lei praticava una fellatio al suo fidanzato occasionale. La ragazza, colpevole di non aver capito la pericolosità di internet, fu vittima di una gogna mediatica da parte di persone che crearono una sorta di catena di Sant’Antonio con il suo video corredato da messaggi di insulti alla sua persona. La vergogna della perdita di dignità e la paura di non poter avere più una vita normale la condussero al gesto estremo.

Il terzo episodio che andiamo ad analizzare, Odio Universale (Hated in the nation) approccia il tema della mancanza di responsabilità da parte degli utenti che sfruttano l’anonimato su internet per mettere alla gogna qualsiasi individuo, semplicemente per gioco e con superficialità. In questo racconto ci troviamo in una società molto simile alla nostra, ma caratterizzata dal dettaglio fantascientifico della presenza di api artificiali chiamati IDA, acronimo che sta per insetti droni automatizzati che surrogano la quasi estinzione di api vere (che considerate le notizie di alcuni giornali stranieri degli ultimi giorni sembra essere una ipotesi assai poco fantasiosa). La detective Karin Parke e l’esperta informatica Blue Colson si ritrovano ad indagare sulla morte della giornalista Jo Powers, apparentemente per suicidio, ma poi si scopre che la giornalista stessa era stata oggetto di una gogna mediatica su internet per aver criticato su una rivista il suicidio di una ambientalista disabile.

L’episodio, perfettamente congegnato, ci porta dentro il mondo delle IDA, di cui ci viene spiegato il funzionamento, e al tempo stesso dentro il mondo di un gioco interattivo chiamato Gioco delle Conseguenze dove gli utenti che si collegano possono votare con l’hashtag Death to colui o colei che dopo aver compiuto un’azione giudicata riprovevole o sbagliata, ovviamente sempre condivisa in rete, merita di morire quel giorno. Ben presto si scoprirà che sia la giornalista che altre persone che moriranno successivamente sono vittime di questo hashtag. Le indagini – compiute anche dai servizi di sicurezza britannici – portano alla sconcertante scoperta che “qualcuno” è riuscito a prendere il controllo dei droni e a dirigerli verso le vittime, dove riescono a introdursi in uno degli orifizi che conducono al cervello, andando a toccare organi vitali e farle impazzire fino alla morte.

La trama procede verso uno sviluppo apocalittico che porterà in prima istanza alla morte delle vittime designate dai loro anonimi boia che partecipano al Gioco delle Conseguenze e che si nascondono dietro lo schermo nero dei loro computer e dei loro cellulari, e in seguito in un crescendo di follia, allo sterminio degli stessi boia in centinaia di migliaia di unità, causato anche da un improvvido intervento del capo delle forze di sicurezza, che da τόπος, viene presentato come un soggetto stupidamente impulsivo. L’assassino si rivelerà essere un esperto informatico, ex dipendente dell’azienda che produce i droni; una sorta di Anonymous moralista all’ennesima potenza, che punisce le persone che con estrema leggerezza si divertono a condannare “virtualmente” a morte altre persone a caso per i più futili motivi e senza rendersi conto della gravità del meccanismo infernale che possono mettere in moto, sicuri di non pagarne le conseguenze. Questo episodio sembra metterci in guardia su un fatto: nell’era internettiana ogni cosa che facciamo e che scriviamo in rete ha una sua rilevanza, comporta una responsabilità, e ci restituisce il compito di prendere sul serio il mezzo che abbiamo di fronte, che non è stato certamente la causa diretta della morte di una ragazza napoletana che ha commesso una leggerezza, ma l’amplificatore di questa leggerezza che ha causato la sua terribile fine della quale tutti siamo forse involontariamente, ma non incolpevolmente complici.

3 thoughts on “Black Mirror, la distopia tecnologica”

  1. lo penso pure io. Anche Breaking Bad è una serie di livello altissimo, ma io preferisco gli episodi autoconclusivi e qui siamo veramente ad una qualità fuori dal comune. Non una serie per tutti; bellissimi gli episodi della prima stagione di cui non ricordo il il nome, molto profetico The Waldo Moment, fantastico e originale Bianco Natale, commovente San Junipero, ma non potevo parlare di tutti, altrimenti scrivevo un libro.

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