Love means zero: eccellenza, impegno, sudore

in Concorso al Festival del Cinema di Roma – di Laura Caporusso

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All’età di ottantasei anni, l’allenatore di tennis Nick Bollettieri decide di “mettersi a nudo” parlando della sua carriera e della sua accademia sportiva, che tra le sue stelle annovera nomi quali Courier, Seles, Agassi.

I suoi metodi sono stati fin da subito giudicati e mal visti, poiché Bollettieri richiedeva un impegno costante, un duro lavoro fisico e tanta determinazione. Forse troppa, per dei semplici ragazzi di appena undici, dodici, al massimo diciassette anni. Così tanto successo, però, ha un suo prezzo: la rottura con la sua punta di diamante, il suo allievo più prezioso.

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Andre Agassi, grazie a Nick, è riuscito a raggiungere traguardi importanti vincendo il tanto ambito premio Wimbledon ed entrando di diritto nella “hall of fame” del tennis mondiale. Agassi, nel suo libro Open parla apertamente del rapporto problematico con il suo allenatore, dei suoi modi duri e pretenziosi, del suo essere costantemente “al centro della scena” per dare modo ad Andre di emergere ancora di più.

Il documentario, diretto da Jason Kohn, mostra il classico stereotipo dell’americano che vuole eccellere in tutto ciò che fa, che sia scuola, sport o famiglia. Bollettieri, così come Agassi, hanno fame di successo, e si ritrovano a instaurare un rapporto “opportunistico” in cui l’uno spinge l’altro verso il successo e viceversa. Agassi se ne renderà conto tardi; Bollettieri è cosciente delle sue enormi pretese ma continua ad avanzare come un carro armato.

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Non esita a cacciare dall’Accademia persone che non si sono dimostrate all’altezza dei suoi standard (seppure perdendo un solo, singolo, incontro); giustifica il giovane Agassi in ogni sua piccola ribellione, affermando che “in lui vedo un talento.”; non si pente di aver fatto soffrire persone che vedevano in lui una sorta di figura paterna, lasciando gli atleti al loro destino e interessandosi soltanto del giovane ragazzo scapestrato di Las Vegas.

Quando però Agassi decide di rompere il contratto con Nick, l’allenatore si sentirà ferito nell’orgoglio. Passeranno anni prima che il vecchio Bollettieri, ormai anziano ma non ancora in pensione, decida di scrivere una lettera ad Andre per scusarsi di quegli atteggiamenti forse un po’ troppo crudi.

In qualche modo la figura di Nick Bollettieri ricorda quella di Terence Fletcher nel film Whiplash: entrambi mirano al successo dei propri allievi, magari scaricando su di essi la loro frustrazione non essere riusciti a raggiungere, in gioventù, l’apice di una carriera. Come documentario è ben strutturato, dal ritmo altalenante (e forse anche troppo), ma che comunque ci mostra un lato di storia a noi sconosciuto.

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