Lanterna Magica, vita di un ‘nordico genio’

di Beatrice Andreani

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Nel 1987 esce la prima edizione di Lanterna magica, autobiografia di uno dei registi più rilevanti della cinematografia mondiale, Ingmar Bergman (Uppsala, 14 luglio 1918 –  Fårö, 30 luglio 2007).

Il suo è un vero e proprio viaggio che ripercorre l’infanzia e gli anni maturi, partendo sin dai primi giorni di vita. Attraverso i suoi ricordi riusciamo quasi ad avvertire gli odori della casa, i profumi di una determinata persona, riviviamo i primi amori, le emozioni taciute, le sconfitte e i primi successi, e ne usciamo coinvolti.

Lanterna magica, vita di un nordico genio - Out out magazine 2.jpgIl suo primo contatto con il mondo del cinema avviene quasi per caso: baratta con il fratello dei soldatini in cambio di un proiettore. Le scene che si susseguono, le luci e le ombre che danno vita a immagini in movimento lo iniziano al suo personale rapporto col cinema.

Il profondo legame con la sua terra natia, la Svezia, è radicato nelle emozioni e nella nostalgia di un passato che torna spesso in diverse opere teatrali e cinematografiche.

In particolare, Bergman intuisce subito che la città svedese di Fårö è il suo paesaggio. Gli appartiene, e nel 1961 lo sceglie come setting per il film Come in uno specchio:Da molti anni Fårö era un mio amore segreto. In realtà era un fatto sorprendente. Io ero cresciuto in Dalecarlia. Il fiume, i monti, i boschi e le lande costituiscono un paesaggio da lunghissimo tempo inciso nella mia coscienza. Eppure fu Fårö.”

Così come la terra d’appartenenza, anche il rapporto con la famiglia d’origine ha un’importanza non indifferente nella sua formazione umana e professionale. Le dinamiche interne degli equilibri familiari modellano lo sviluppo psico-fisico di Bergman e la sua sensibilità. Prima di tutto la conflittualità con la figura paterna, la quale torna, infatti, in ben tre film (Fanny e Alexander ’82; Con le migliori intenzioni ’92; Conversazioni private ’96). Ingmar è alla costante ricerca di un’ancora a cui aggrapparsi, ma questo punto di riferimento è assente. Anche la figura di Dio, si fa sempre più simile all’immagine di un giudice, frutto dei concetti luterani ai quali era stato educato fin da bambino: peccato, punizione, confessione, perdono, grazia.

Lanterna magica, vita di un nordico genio - Out out magazine 3.jpgE’ da queste paure che Bergman fugge. Il rapporto difficile con le diverse mogli e la sua instabilità sentimentale lo portano a fare i conti con il suo passato: “Non conosco la persona che ero 40 anni fa. Il mio disgusto è tanto profondo, il meccanismo di rimozione è stato così efficace che riesco a fatica a farne riemergere l’immagine (…). Ero posseduto da una sessualità che mi costringeva a continue infedeltà e ad azioni ossessive, sempre tormentato dal desiderio, dal rimorso, dall’ansia e dalla coscienza sporca.”

A tracciare i confini della sua persona è, in egual modo, il rapporto con la madre, Karin. Non a caso l’autobiografia termina con una pagina del diario segreto della donna, in cui è riportando l’aneddoto della nascita del futuro regista: “Nostro figlio è nato di domenica mattina, quattordici luglio(…). Sembra un piccolo scheletro con un nasone rosso fuoco. Rifiuta con ostinazione di aprire gli occhi.(…). Si chiama Ernst Ingmar.”

L’essere “figlio della domenica” segnerà la vita di Bergman. Uomo tormentato, professionista meticoloso, anima inquieta. Suo figlio Daniel dirigerà anni dopo un film dal titolo “Sunday’s Children”, di cui Ingmar scriverà la sceneggiatura.

L’importanza che dà al testo, sin dalla prima formazione (si definisce“Un barbaro che ha assorbito la fedeltà al testo insieme al latte materno”), lo spinge a mettere in scena diverse opere di  Strindberg (Il sogno, Il padre, Danza della morte, ecc.) ergendo il drammaturgo, quasi fosse un dio, a esempio di professionalità e sensibilità artistica. Bergman stesso definirà il suo spettacolo, La morte di Kasper, “uno sfacciato plagio del ‘Martedì di Kasper’ e dell’ ‘Antico dramma di Ognuno’ di Strindberg”.

Nel libro definisce i suoi primi film “registicamente non buoni”, incerti e convenzionali in modo “irritante”, tradendo un’insicurezza di fondo.

Ma l’importanza che dà alla sua professione lo spinge a perfezionarsi sempre più, facendo del ruolo del regista un elemento risolutivo per il lavoro di scena e per la collaborazione con gli attori: “(…) devo osservare, registro, controllo. Sono l’occhio e l’orecchio sostitutivo dell’attore. Propongo, suggerisco, incito o disapprovo. Non sono spontaneo, impulsivo, partecipe.”

Bergman ha portato con sé le sue radici, il suo passato, persino il giorno della sua nascita. Forse, se avesse fatto pace con i mostri che lo abitavano e che lo hanno divorato negli anni, la sua regia non avrebbe vantato la cifra stilistica che conosciamo oggi. Ma dopotutto è questo compromesso che fa di ogni artista ciò che è, e di Ingmar quel ‘nordico genio’ che traspare da ogni pagina del libro.

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