Insyriated, gruppo di famiglia in un inferno

in Concorso al Festival del Cinema di Roma – di Emanuele Rauco

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La guerra in Siria, o in un luogo analogo, fa parte dell’oppressione quotidiana, non è una tensione estranea che irrompe dal nulla. Così Philippe Van Leeuw la racconta in Insyriated, chiudendola in quattro mura, nella quotidianità di una famiglia.

Circondata da bombe e da cecchini infatti questa famiglia è costretta a rimanere in casa, cercando di resistere alle tensioni, ai segreti e agli uomini che cercano di entrare in casa. Claustrofobica per programma, la sceneggiatura del regista è un dramma familiare sullo sfondo della guerra, che usa proprio quel dramma come punto di vista laterale per raccontarla quella guerra.

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Quello che interessa a Van Leeuw infatti è mostrare gli effetti della guerra sulle persone comuni, fuori dalla politica, fuori dagli schieramenti e anche fuori dai meccanismi retorici che il cinema arabo da esportazione applica spesso ai propri drammi: i rapporti, le paure e i silenzi indotti, l’introiezione della tragedia è il cuore di Insyriated. Un cuore che però l’autore non riesce a far battere: più che comune, il racconto è convenzionale e per dare forza a snodi narrativi che appaiono slegati tra di loro Van Leeuw ricorre alla mano greve, al sensazionalismo, a una banalità di messinscena (le musiche di Jean-Luc Fafchamps valgono da esempio) che fa pensare alla cattiva coscienza dell’europeo in trasferta.

Che poi la “morale” che chiude il film, dopo un crescendo non proprio ben gestito (e la discutibile direzione degli attori, non aiuta: dispiace per un talento come quello di Hiam Abbas), sia che alle popolazioni in guerra non resti che sperare e attendere è il suggello finale a un film che, più che brutto, si dimostra sbagliato.

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