Il laboratorio della vagina, uno spettacolo ironico e di impegno civile sull’universo femminile

di Gianluca Sforza

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In uno spazio teatrale (Teatro Città) ricavato da una discarica nel quartiere periferico di Torrespaccata l’attrice Patrizia Schiavo dirigeì Il laboratorio della vagina, interessante spettacolo interattivo pensato in occasione dell’8 marzo e portato al Fringe Festival di Roma, che partendo dalll’organo sessuale femminile ci conduce a riflettere sulla condizione della donna nella società attuale e quelle passate.

La bravissima Schiavo riesce insieme al suo cast di sole donne a proiettarci in un racconto ironico, ma al tempo spesso di impegno civile e militante attorno al mondo del sesso femminile, partendo dai cliché (proiettati soprattutto dal mondo maschile) sul modo di nominarlo, sugli approcci ora comici, ora maldestri, ma anche prepotenti che derivano da rapporti di potere o subordinazione. Lo spettacolo, accompagnato da una colonna sonora brillante ed efficace, è condotto come un vero laboratorio dalla Schiavo nelle vesti di un’analista, che dopo un balletto iniziale fa sedere le sue pazienti al centro del palcoscenico disposte a mò di V rovesciata, e dopo aver cercato di coinvolgere un pubblico per lo più riluttante con domande in tema, comincia a interrogare le sue “pazienti” su esperienze vissute in prima persona.

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L’alternarsi tra sketch faceti e goliardici e considerazioni più serie è il leit-motiv dell’intero spettacolo e diremo noi molto efficace perché i temi forti risultano ancora più dirompenti se arrivano dopo gli scherzi e la farsa giocosa, e quindi scopriamo quante donne subiscono ogni anno violenze domestiche, quante bambine vengono violentate dai loro stessi parenti, quanti rapporti non consensuali si sono avuti in Europa, la difficile condizione della donna in India, dove addirittura 2/3 di esse hanno subito aggressioni, per non parlare dei matrimoni combinati. In una scena particolarmente accorata e sentita, veniamo condotti alle terribili violenze etniche in Bosnia, dove a farne le spese sono state soprattutto le donne torturate e violentate solo perché appartenenti ad un’altra razza o religione.

Veniamo edotti sui pregiudizi che l’Antico Testamento e la religione indù esprimono nei confronti del ciclo mestruale, durante la cui fase la donna non solo non deve essere toccata, ma deve essere isolata da ogni contesto umano perché considerata impura, oppure restando ai tempi moderni, agli imbarazzi e alle difficoltà di parlarne a scuola o in famiglia, ai risolini dei compagni di classe maschi.

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Eppure, l’origine del mondo come definiva la vagina il pittore francese Courbet in un suo celebre quadro, ha una sua sacralità riconosciuta dalle culture arcaiche, in grande maggioranza matriarcali (pensiamo solo a quella minoica e a quella indiana prima dell’avvento degli Ari) dove il culto della Dea Madre esaltava la rotondità degli organi genitali femminili con i riferimenti al miracolo della fecondità , la natura che si risveglia, il potere di dare la vita, il mistero del parto, la guarigione e la rigenerazione in un contesto in cui la vulva fu sacro simbolo oggetto di venerazione. In ogni luogo essa era riconosciuta avere un immenso potere magico e nella religione buddista la vulva è considerata il centro nevralgico della buddità, in quanto cuore tantrico della superiore energia femminile.

Il laboratorio della vagina è un ottimo esempio di come il teatro militante possa essere divertente e intelligente al tempo stesso, senza correre il rischio di annoiare o di risultare all’occhio dello spettatore troppo didascalico. Ci sentiamo di consigliarlo a tutti (uomini soprattutto) coloro che vogliono spendere un’ora divertente e prodiga di riflessioni sul misterioso mondo femminile.

Lo troverete dal 27 ottobre fino al 5 novembre a Teatro Città in via Guido Figliolini 18 (nei pressi della metro Subaugusta).

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