Esplorare la mente del killer: Mindhunter

di Claudia Didio

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Come possiamo anticipare un folle, se non sappiamo come pensa un folle?” È su tale interrogativo che si fonda il progetto scientifico promosso da due agenti dell’Unità di Scienze Comportamentali dell’FBI, Holden Ford (Jonathan Groff) e Bill Tench (Holt McCallany) in collaborazione con la psicologa Wendy Carr (Anna Torv), che getta le basi sull’innovativo metodo investigativo di profilazione criminale, ovvero identificazione e definizione delle caratteristiche comportamentali e tipologie psicologiche dei cosiddetti “assassini sequenziali” nella seconda metà degli anni 70, attraverso interviste frontali con psicopatici presenti nelle carceri americane.

Approvato con scetticismo dai vertici del Bureau, lo studio procede nel seminterrato della struttura sulle note della leggendaria Psycho Killer dei Talking Heads; e tenta di spiegare, o meglio di scagionare la ‘mostruosità’ dei soggetti responsabili di azioni bestiali, in virtù di traumi, drammi, dinamiche disfunzionali ricorrenti nelle singole esperienze riportate: una rivoluzione nel sistema giudiziario americano.

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Dinanzi a devastanti atrocità, esplorare la mente del killer diventa necessario. E dunque l’equazione perfetta è data dal “What+Why=Who”, ovvero la combinazione di cosa è successo e del perché, conduce all’identificazione del soggetto, autore del reato. Attraverso un’accurata analisi delle prove, delle scene e dei dettagli è possibile ‘entrare’ nella mente dell’assassino al fine di delineare il suo modus operandi, e da esso risalire al genere di persona che è in grado di commettere azioni simili.

Ispirato al reale progetto realizzato dall’agente John Douglas, pioniere nell’approccio metodologico di profiling, autore dell’omonimo libro Mindhunter: Inside the FBI’s Elite Serial Crime e uno dei primi ad utilizzare il termine “serial killer”, con il suo collega Robert Ressler, vennero stravolte le dinamiche dell’investigazione spostando l’attenzione dalla vittima e dal suo contesto al carnefice, alle strutture della sua personalità e ai suoi schemi mentali.

mindhunter sigla.jpgLa serie tv targata Netflix è stata in parte diretta dall’ottimo David Fisher, una scelta non del tutto casuale se si pensa a sue opere come Fight Club, Gone Girl, The Game, Alien 3, Seven, in cui viene mostrato un mondo di solitudine e incomprensione, mettendo in scena paura, confusione, disorientamento, violenza immorale, depravazione e morte in una modalità singolare. L’atmosfera è greve e tesa, caratterizzata da toni di blu scuro, verde stantio e grigiume, crea una penombra soffocante negli uffici e nelle celle, in cui avvengono la maggior parte delle scene o comunque le più significative. Sì perché Mindhunter non è un poliziesco o un thriller d’azione, bensì è puro dialogo, in cui le perversioni non sono altro che l’estensione di pensieri e fantasie più profonde che nelle vita reale vengono confinate in “perdite di controllo”. Emblematica è la sigla della serie tv in cui non compaiono volti o personaggi, ma in primo piano c’è il registratore utilizzato durante le interviste nelle carceri, nel lineare atto di accensione e cambio nastro; tuttavia qualcosa interrompe la fluidità dell’azione e in brevi attimi compaiono una serie di immagini non chiare a primo impatto, dei flashback poco nitidi, a tratti macabri, quasi disturbanti che forniscono la chiave di lettura dell’intera serie.

L’evoluzione del giovane agente Holden è palpabile dal grado di coinvolgimento nelle ultime puntate, la cui paranoia e ossessività mostrano l’incapacità di scindere la vita professionale da quella privata, risucchiato nella voragine della mente umana senza possibilità di ritorno. L’estrema conseguenza dell’aprire il vaso di pandora è il totale annichilimento di tutto ciò che non ha a che fare con le brutalità conosciute, restandone inevitabilmente segnati.

Conversazioni, riflessioni, dibattiti e discussioni tra i protagonisti o tra loro e i criminali, in particolare di rilievo sono i dialoghi con il gigante Ed Kemper (l’incredibile Cameron Britton), permettono di affrontare l’ignoto, non per destinarlo alla sedia elettrica –o meglio, non solo- ma per superare il dualismo bianco-nero e tentare di accedere alle cosiddette “zone grigie” in cui sono confinati personaggi che aleggiano nell’aria come Charles Manson; e riconoscere in ultima istanza l’esistenza di una componente propria dell’uomo ritenuta aberrante e per questo non accettata. E allora “Cos’ha di sbagliato il complicato? Se è complicato, è troppo complicato”. Nella complessità tematica, determinismo ed ecologia sociale sono gli estremi entro cui viene analizzata la devianza e le sue sfaccettature, e perché no classificate le modalità con cui vengono commesse le atrocità.

Dunque è solo questo? “Si può condensare in un singolo aggettivo?”

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