Mon garçon: in cinema medio stat virtus

in Concorso Festival del Cinema di Roma – di Emanuele Rauco

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Quando si parla della bontà dell’industria cinematografica francese, si parla di un film come Mon garçon, ovvero di un film medio che sa essere cattivo, giocare con i generi e rendere esteticamente e professionalmente il suo potenziale.

Diretto da Cristian Clarion, il film racconta di un uomo divorziato e padre il cui misterioso lavoro ha portato la famiglia a dividersi. Ma proprio quel lavoro tornerà utile quando il figlio scompare in un piccolo paesino di montagna al confine. Scritto dal regista con Laure Irmann, Mon garçon parte come un dramma familiare di separazioni e sparizioni e diventa con uno scarto notevole un thriller puro, quasi la versione d’oltralpe di Io vi troverò.

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Un ritratto di personaggi sempre sull’orlo del convenzionale (ma la sceneggiatura è abile a venarli di piccoli misteri) diventa un film di tensione serrata, un film senza particolari ambizioni artistiche o commerciali si dimostra capace di catturare lo spirito feroce del racconto, dei luoghi in cui è ambientato e di mostrarlo al pubblico con una crudezza anche estetica (si pensi soprattutto all’uso dei silenzi e dei rumori in chiave di suspense, oltre alle scene più dure) altrove difficilmente pensabile.

È un film che vive di strappi, certo, e che ha la sua bella dose di difetti, sia di scrittura (descrizioni a tratti eccessive o di maniera) che di messinscena (la regia non sembra sempre adeguata) ma riesce quasi sempre a risultare efficace, lavorando sui tempi con una certa finezza e attaccandosi alla bravura dei suoi attori, retto da un Guillaume Canet, capace – proprio grazie alla versatilità del sistema francese – di passare da film cupi e ruoli d’azione a commedie e drammi introspettivi. Anche lui, come il film, è una sorta di simbolo di quel cinema di transizione tra arte e industria di cui qualunque cinematografia ha disperato bisogno per non morire di commedie o cine-fumetti.

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