Cabros de mierda : gli occhi sono lo specchio dell’anima

in Concorso al Festival del Cinema di Roma – di Laura Caporusso

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Il giovane missionario Samuel Thompson arriva a Santiago, in Cile, negli anni della dittatura di Pinochet, e verrà a contatto con la famiglia di Gladys, giovane donna conosciuta con il soprannome di “la francese”.

Samuel è lì per predicare la parola di Dio, per aiutare i più deboli e i più bisognosi, e si ritroverà a dover fare i conti con la tensione quotidiana che il popolo cileno è costretto a subire, tra perquisizioni a sorpresa, l’innocenza dei bambini e la voglia di ribaltare una dittatura che sta uccidendo lentamente la popolazione. Samuel utilizzerà una videocamera e una macchinetta fotografica per imprimere nella sua memoria tutto ciò che ha vissuto.

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Il film è un vero e proprio colpo al cuore e all’anima, tanto da lasciarti completamente svuotato e privo di ogni pensiero: ogni emozione, ogni parola, ogni gesto che avvengono sulla pellicola ti entrano dentro fino a colpirti come un pugno allo stomaco in pieno respiro. Inoltre ciò che colpisce più di tutti è lo sguardo dei protagonisti: è uno sguardo pieno. Pieno di qualsiasi cosa, dalla paura, alla gioia, all’ansia, alla tensione, alla rabbia, all’innocenza.

La storia è ben costruita anche perché tratta un argomento storico molto importante, sia per il mondo occidentale sia per il mondo latinoamericano: la dittatura di Pinochet ha lasciato, a tutt’oggi, tracce indelebili nella memoria delle persone che hanno vissuto quegli anni, che hanno visto morire i propri cari per una causa, che per anni hanno dovuto affrontare le conseguenze della rivolta popolare e militare.

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La pellicola alterna filmati reali, girati dallo stesso regista, e di finzione seppure con ricostruzioni altamente veritiere e autentiche. Lo stile di Cabros de mierda, in questo senso, potrebbe ricordare Diaz o Romanzo Criminale, anche se ovviamente non ha niente a che vedere con questi altri due film. Forse anche per la crudeltà di alcune scene, come le tecniche di interrogatorio, o il fucilare in strada persone innocenti, eppure è uno di quei film che ti lasciano inevitabilmente un segno.

Come ho già detto, un vero e proprio pugno al cuore, all’anima, allo stomaco: esci dalla sala con un senso di vuoto in cui l’unica domanda che ti poni è “Perché? Perché tutto questo? Perché tutto questa violenza?”

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