Paesaggio (impacciato) nella nebbia: Una questione privata

in Concorso Festival del Cinema di Roma – di Emanuele Rauco

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A denunciare quasi subito che Una questione privata è un film dalla difficile riuscita c’è la sensazione che tutto il cast, che i luoghi e che le immagini siano incerte e impacciate, imbalsamate, come a raccontare un passato sepolto e che non si riesce a vitalizzare.

È un difetto non nuovo per il cinema recente dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani – fa ovviamente eccezione Cesare deve morire – ma che nel nuovo film è ancora più stridente per la vitalità che fuoriesce dal racconto.

Tratto dall’omonimo e amatissimo romanzo di Beppe Fenoglio, il film racconta di Milton, partigiano anti-fascista che percorre un difficile viaggio tra le Langhe per ritrovare i luoghi che ha lasciato e capire la verità sul suo amore per Fulvia. La questione pubblica della libertà e della guerra importerebbe poco, ma i Taviani – che scrivono anche la sceneggiatura – alla questione privata del dramma sentimentale preferiscono comunque abbinare il loro marchio di autori impegnati, politici, “pasionari” più che passionali.

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Il loro film però dimostra ancora una volta dopo Maraviglioso Boccaccio la grande difficoltà nel raccontare i giovani, la loro voglia di vita e di fare di quella voglia la spinta del film: Una questione privata sembra perdersi nelle nebbie della fotografia di Simone Zampagni ma allo stesso tempo non è sospeso, il suo ritmo meditabondo e immobile non è la sospensione metafisica del protagonista tra amore e dovere, ma sembra più l’incertezza e l’impaccio di una regia ritagliata su una forma da fiction “di qualità” più che del cinema vigoroso anche se eccessivo che diede forma a La notte di San Lorenzo.

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Gli squarci di cinema non mancano, le immagini che toccano gli occhi nemmeno (per esempio la fuga finale) ma non escono praticamente mai da un quadretto d’epoca stantio senza che la vita, la passione e la profondità dei personaggi diventino forma, come se i Taviani fossero fermi alla maniera di un cinema d’autore freddo e impostato. Dei torti che possono essere stati perpetrati al romanzo interessa poco, dispiace piuttosto che i registi abbiano realizzato un film che barcolla, che galleggia dentro un ritmo svogliato, con attori spaesati e mal diretti (e quasi tutti di stampo romanesco. Nelle Langhe) e uno stile ripetitivo, didascalico e inutilmente funereo.

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