Quando una bella confezione nasconde un vuoto a perdere: Mistero a Crooked House

di Laura Pozzi

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Il sodalizio artistico tra Agatha Christie e il grande schermo non ha mai prodotto risultati memorabili, eccezion fatta per Testimone d’accusa di Billy Wilder e Dieci piccoli indiani di Renè Clair, ma qui si parla di due signori che, scusate se è poco, hanno scritto la storia del cinema.

Il regista Gilles-Paquet Brenner, realizza un film fortemente teatrale, dal sapore marcatamente retro, nel tentativo assai poco riuscito di riportare in auge un genere di cui non siamo particolarmente nostalgici. Tratto dal romanzo “E’ un problema”, definito dalla stessa autrice il suo capolavoro, la storia apre le danze con il classico antefatto da miglior film giallo: un uomo sulla sedia a rotelle viene misteriosamente assassinato con un’iniezione letale. Da qui l’indagine che vede protagonista Charles Hayward, incaricato da Sophia nipote della vittima, con cui ha vissuto una breve liaison al Cairo durante un mandato come diplomatico.

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La ragazza è convinta che il carnefice si nasconda all’interno della sua spietata famiglia dove ogni personaggio oltre ad avere un buon motivo per mettere fine ai giorni di Aristides Leonides, sembra nascondere qualcosa. La suspence, elemento portante in operazioni di questo tipo, vacilla fin dall’inizio e l’indagine poco avvincente stenta a decollare. Gli unici sussulti ce li regala un cast di prim’ordine, tra cui spiccano Glenn Close e Terence Stamp capaci di illuminare una storia opaca e di oscurare tutto il resto. Certo non è da sottovalutare il lavoro tecnico che si cela dietro alla pellicola. Il regista lavora minuziosamente affinché atmosfere ed inquietudini tipiche della signora del giallo, vengano ricreate nel miglior modo possibile e proprio in virtù di questo, il risultato finale si traduce in una bella confezione dal contenuto deludente.

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Eppure gli elementi per realizzare una storia quantomeno avvincente non mancavano di certo, a partire dall’enigmatica figura di Aristides (di cui non vediamo mai le fattezze se non attraverso un ritratto), uomo definito da tutti crudele e manipolatore, ma di cui nessuno sembra poter fare a meno, o della sfuggente e criptica Lady Edith, che sotto una sottile ironia nasconde verità inconfessabili.

I personaggi che popolano la storia rispecchiano efficacemente precisi stereotipi letterari e la sceneggiatura si attiene fedelmente al romanzo, ma Brenner sembra non crederci troppo,  preso com’è da un finale inaspettato che arriva come una scossa improvvisa che risveglia da un letargo involontario di circa due ore. Ma di certo non basta a risollevare le sorti di un film privo di spina dorsale destinato a non lasciar traccia.

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