Shining, la paura che dura nel tempo

di Beatrice Andreani

Shining - Outoutmagazine (1).jpg

“Fare un gran film è un miracolo”. Certamente Kubrick è riuscito nel miracolo. E a varie riprese. Trentasette anni dopo la sua uscita, torna nelle sale in tre date (31 ottobre, 1 e 2 novembre) The Shining.

Work and Play è il corto inedito prodotto dalla Park Circus Films che precede la visione del film. Nei dieci minuti di durata, si alternano immagini del film e una raccolta di interviste in cui diversi collaboratori di Kubrick raccontano il loro contributo alla costruzione del cult. Il corto è certamente un omaggio a colui che è considerato tra i più originali creatori del genere horror, e il suo titolo è un chiaro richiamo alla famosa frase che Jack Torrance ripete ossessivamente su carta con la sua macchina da scrivere: “All work and no play makes Jack a dull boy”.

Shining - Outoutmagazine (2).jpgLa figlia, Katharina Kubrick, descrive un padre e un professionista lontano da quegli stereotipi hollywoodiani spesso incarnati da altri colleghi del periodo: un uomo dalle abitudini semplici, legato tanto alla famiglia quanto al suo lavoro. In casa, racconta, era impossibile non respirare l’arte: sua madre, pittrice, condivide con il marito Stanley la passione per la fotografia e l’immagine. Un’atmosfera, questa, che coglie anche Diane Johnson, collaboratrice di Kubrick nella stesura della sceneggiatura, tratta dall’omonimo libro di Stephen King.

La scrittura del testo avvenne tra un sorso e l’altro di caffè, a diverse riprese, in casa del regista, mentre si veniva inevitabilmente coinvolti nella quotidianità della famiglia. Una collaborazione, la loro, che racchiude un vero e proprio interesse al dettaglio: “(Stanley) era capace di ripetere una scena all’infinito, finché non era certo di ottenere l’effetto desiderato”.

Era tipico di Kubrick prestare una maniacale attenzione all’inclinazione della luce, alla prospettiva, all’angolazione dei volti, alla posizione della mdp: “Strappammo via letteralmente i fogli dalla sceneggiatura e individuammo due scene che secondo noi potevano essere cardine del film”, racconta ancora Diane Johnson, “scegliemmo la scena che inquadra la scritta ‘Murder’, e la scena della valanga di sangue che invade l’interno dell’hotel”. E divennero infatti due scene chiave per la lettura della storia.

Shining - Outoutmagazine (3).jpg

A condividere ulteriori aneddoti sulla realizzazione del film, ci sono anche le gemelle Burns. Parlano di come fu complicato girare la scena che le vedeva morte, immerse nel sangue, nell’hotel (doveva essere buona la prima), e di come il set fosse costruito in modo impeccabile: “Sembrava tutto così reale! In realtà dell’hotel c’era solo la facciata e quando ci girammo attorno ci siamo chieste dove fosse il resto della struttura! Poi, quando girarono le scene con la neve, alcuni della truppe arrivarono imbacuccati fino al collo, ma in realtà la neve era di plastica.”

Solo il 5% dei film non cade nel dimenticatoio. Kubrick era convinto che troppi horror si piegano a stereotipi abusati, per questo costruisce un film sottile, che cavalca le paure di noi tutti, le paure più recondite, quelle a cui non diamo voce.

Shining viene classificato, secondo la rivista londinese Time Out, al 2° posto tra i migliori film horror della storia del cinema. Le carrellate in dolly, la macchina da presa spesso in soggettiva, i primi piani di volti sospesi nell’attesa di qualcosa, occhi sgranati, bocche che si spalancano dal terrore, il colore rosso che ricorre ripetutamente in diverse inquadrature, sono tutti elementi registici che immergono lo spettatore nell’attesa e nella suspense.

shining riprese.jpg

Lui che ammirava registi come Bergman, Antonioni, Huston, lui che, all’uscita di questo capolavoro indiscusso, vantava già diversi film alle spalle (Orizzonti di gloria ’57;  2001: Odissea nello spazio ’68; Arancia meccanica ’71…) voleva dar vita a un horror il cui terrore durasse nel tempo. Il film è tutta una semina, dall’inizio, alla fine,  e sviluppa una sottile ironia drammatica che vede il protagonista Jack Torrance essere al tempo stesso vittima e carnefice degli eventi.

Il mistero ci attrae come fossimo bambini. E questo Stanley l’aveva capito. Documentati sono i rimandi agli studi sulla psicanalisi condotti da Freud e, il labirinto, che compare più volte nel film, è simbolo di una trappola tesa da una mente che è sopra di noi e che gestisce il gioco delle parti rendendoci protagonisti senza via di fuga.

La resa filmica del suo romanzo non piacque a King ma Kubrick, senza dubbio, riuscì a rendere chiaro il significato più profondo della storia. Il protagonista è costretto a convivere con una solitudine che non appartiene al genere umano, ed è quando comincia a istaurarci un rapporto, scendendoci a patti, che perde la testa, e non è più padrone della propria vita.

La colonna sonora di Wendy Carlos e Rachel Elkind, già collaboratrice di Kubrick per Arancia meccanica, ci fa entrare sin dalle prime inquadrature del film in un mood che percorrerà tutta la vicenda, fino al finale, supportato dall’inconfondibile motivo  Midnight, the Stars and You.

Kubrick riesce nel suo intento: Shining è un capolavoro di suspense, capace di inchiodarci allo schermo anche trentasette anni dopo.

Rispondi