Lo zoo di Varsavia preso dai nazisti. Chi sono le vere bestie?

di Gabriella Zullo

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Nel ’39 le truppe di Hitler erano arrivate anche in Polonia e subito dopo l’invasione vennero istituiti numerosi ghetti tra cui quello della capitale dove vivevano “troppi” ebrei. I campi della morte nazisti cominciarono a essere attivi nel dicembre del ’41. Quello di Treblinka fu aperto il 22 luglio 1942 e qui, tra luglio e settembre, vennero deportati 265 mila ebrei da Varsavia.

Al loro arrivo vennero asfissiati col gas. Se vi sembrano inutili o superflui i cenni storici o i dettagli, talvolta macabri, sulle azioni violente e abominevoli che vennero compiute durante la Seconda Guerra Mondiale, non vi conviene guardare questo film. La signora dello zoo di Varsavia non racconta soltanto del coraggio e dell’umanità dei due proprietari dello zoo che riuscirono a salvare centinaia di ebrei – nominati dallo Stato di Israele i “Giusti fra le nazioni”.

Anche se il regista Niki Caro non voleva fare un film di guerra e non vedrete azione, l’eco si sente ugualmente e forse tutto quello che succede fuori dallo zoo e in tutta la Polonia strilla ancora di più. Il dolore, le morti, le uccisioni a mente fredda delle SS, gli stupri, le violenze, i soprusi… tutto ciò che in quegli anni ha reso il mondo un inferno, o peggio, lo ha reso disumano, il regista ce lo fa immaginare: la forza evocativa di molte sequenze e la forza emotiva della fotografia di Andrij Parekh, fanno scaturire nello spettatore immagini e scene, oltre lo schermo, come proiezioni mentali che completano il quadro e la storia.

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Quando poi, dalla propria parte, si ha un cast eccezionale dove la protagonista è stata due volte candidata all’Oscar come attrice protagonista, dove c’è una fotografia cui non servono occhiali 3D per farci entrare dentro lo schermo a vivere i fatti insieme agli attori, non si può che consigliarne la visione. Ma non è soltanto perché non bisogna dimenticare la storia – non si vuole filosofeggiare o appesantire una riflessione che già di per sé ha bisogno di attenzione, ma non c’è nessun film che, raccontando i fatti e gli errori umani, possa evitare la recidività delle azioni umane. Abbiamo continuato e continueremo a sbagliare. Ciò che da speranza è che guardando i risultati che l’uomo si autoinfligge, il mondo possa diventare un posto migliore. E se questa è una pretesa fin troppo alta, si può e anzi si deve ambire a un mondo un po’ più umano…

Risulta difficile scrivere qualcosa di nuovo sull’Olocausto e viene da sé che La signora dello zoo di Varsavia condivide molto, tra tematiche e atmosfere, con Schindler’s list e Il pianista. Il film offre diverse chiavi di lettura e dunque vari livelli di interpretazione: in primo piano ci sono lo zoo e gli animali. La natura è forse la vera protagonista. Lei se ne frega dell’uomo e di quanto male gli faccia ogni giorno; se ne frega del nazismo e di un dittatore folle che vuole cancellare una parte di umanità; se ne frega dei bombardamenti e delle guerre cui è costretta a fare da palcoscenico. Lei sopravvive. Sempre e comunque. È più forte. Per quanto il male subìto sia stato atroce, la natura va sempre avanti: si risveglia, si ricrea, si rigenera. E quando nelle scene ambientate dello zoo la macchina inquadra un animale ferito o ammazzato e poi subito i soldati, ci si domanda chi siano le vere bestie.

locandina (4)Altro livello d’analisi è quello prettamente storico: è una cronistoria dell’invasione tedesca in Polonia, dell’aiuto sovietico che non arrivò mai, di una resistenza interna debole e delle forze alleate che arrivarono soltanto dopo la sconfitta. E poi a fare da cornice c’è la musica. È il pianoforte che interpreta esattamente ogni emozione: Antonina lo suona durante il giorno se c’è un pericolo o qualche visita indesiderata e improvvisa per allertare gli ebrei nascosti nei seminterrati. Ma lo suona anche dopo la mezzanotte per placare la paura del giorno, perché possano uscire dal nascondiglio e finalmente respirare come ogni uomo fa per vivere. E infine un amore, quello tra Antonina interpretata da Jessica Chastain e Jan Żabiński (Johan Heldenbergh), che va davvero oltre ogni cosa: supera la guerra, la disperazione, la paura. Un amore che rende i protagonisti ancora più umani e coraggiosi. E ci fa pensare, dato che è tratto da una storia vera e si rifà peraltro all’omonimo romanzo di Diane Ackerman, che forse l’amore esiste davvero. E si riconferma la forza più potente che la vita ci ha dato a disposizione.

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