Non c’è campo… e fosse solo quello

Di Quinto De Angelis

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Dopo due ore di visione di Non c’è campo rimangono diverse domande per la mente. Quella predominante è: “Perché?” Perché questo film, privo di contenuti, che ricalca una tematica sviluppata con maggior garbo da Paolo Genovese nei suoi Perfetti sconosciuti?  

Difficile trovare pregi ad un film comico che non fa ridere e che ironizza in maniera semplicistica su temi complicati come l’amore, l’adolescenza e la sessualità. Perché la vita non è fatta solo d’istinto ma da milioni di pensieri che generano diversi conclusioni. Gli adolescenti sono esseri complessi che non risolvono i loro problemi in pochi giorni ma che impiegano molto tempo a metabolizzare gli accaduti perché sono sempre pronti a mettersi in discussione.

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Il problema maggiore del film è voler trattare una problematica complessa, come l’uso compulsivo del cellulare nelle nuove generazioni, senza indagare sulle dinamiche interne dei protagonisti. Federico Moccia crea un microcosmo formato da stereotipi che ruotano su una comunicazione fasulla poiché non realizzata con le parole della quotidianità, ma attraverso i luoghi comuni dell’adolescenza. Ecco che vediamo il bello e la bella della classe in perenne lotta, la ragazza asociale che trova consolazione nell’arte, il ragazzo sfigato che poi si mette con la bella, il ragazzo superficiale che poi matura mentalmente. Tutti topos già visti.

I ragazzi non sono delle macchine e possono vivere senza l’uso della rete. Ma è la tecnologia che sta sviluppando una nuova forma di comunicazione  incorporando i comportamenti umani con i diversi device tecnologici, conseguenza della globalizzazione e delle esigenze della società. I ragazzi sono in grado di comunicare e di interfacciarsi agli altri continuamente anche solo inviando una semplice emotion, ma è proprio questo fatto che viene ignorato e non colto dal regista.

L’unica scena interessante è la corsa verso la terrazza della città, l’unico posto nel raggio di decine di metri dove prende il cellulare. La sequenza è condita da un’interessante uso della luce e da delle ottime riprese in camera a mano.

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Durante la visione si ha l’impressione di vedere sempre lo stesso film di Moccia dove Non c’è campo si mischia con le lotte adolescenziali di Scusa ma ti chiamo amore, per poi incontrare la sessualità di Amore 14 e le aspirazioni sul futuro viste in Universitari-molto più che amici. Se l’aspetto contenutistico è discutibile meglio non può essere la parte tecnica. La sceneggiatura è lacunosa: i fatti narrati sono spesso incatenati senza filo logico, gli attori non sono sempre all’altezza ed alcuni recitano in maniera meccanica, ma sopratutto risulta impossibile non citare gli errori nel montaggio. Molte transizioni tra una scena e l’altra sono prolungate o tagliate male. Per non parlare delle animazioni cartoonesche che mostrano i testi dei messaggi: ingombranti e più adeguate ad una serie tv adolescenziale a basso budget.

Il fondo si tocca verso la fine del film. Uno dei ragazzi si rivela essere omosessuale e quando si trova davanti a tutti i suoi compagni uno dei suoi amici ribatte. “Ma ora ti dobbiamo chiamare Fratè o Sorè?”. Definire questo dialogo semplicistico, per niente ironico e diseducativo sembra riduttivo.

Provaci ancora Federico a parlare di adolescenti senza ridurli ad individui con un pensiero fisso (il sesso per chi non l’avesse capito). Provaci ancora Federico a terminare un’inquadratura senza sbagliare la transizione successiva. Provaci ancora Federico a scegliere attori che sappiano usare più di un’espressione. Provaci ancora Federico nel realizzare un film più complesso e studiato. Solo così potrai essere preso sul serio.

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