Le doppie facce del Gatto a nove code

di Fabrizio Spurio

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Il Gatto a nove code secondo film di Dario Argento, voluto dal produttore Goffredo Lombardo a seguito del travolgente successo ottenuto da L’uccello dalle piume di cristallo. In realtà Argento avrebbe voluto girare un altro tipo di film, ma alla fine decide di scrivere la storia di questo giallo, anche se il risultato non lo convince molto. Per Argento questo è un film che rimane un po’ incordato nei binari dei polizieschi americani, e già il volto dei due attori protagonisti, James Franciscus e Karl Malden potrebbero far pensare a questa direzione di vedute. In realtà il film risulta riuscito nella trama, impreziosito da trovate e situazioni che risultano un’evoluzione del film precedente.

La tecnica della soggettiva diventa dilagante in questa pellicola. In realtà si potrebbe parlare di un contrappunto narrativo: il protagonista Arnò (interpretato da Karl Malden) è cieco, mentre dell’assassino ci viene mostrato un dettaglio a tutto schermo della pupilla, enorme e immanente. Un occhio che tutto vede, che controlla i movimenti dei personaggi, li segue e a volte li precede, quasi senza alcun senso logico: si veda a proposito l’omicidio del fotografo Righetto. L’assassino arriva in casa di Righetto mentre lui ha appena parlato con Giordani (il giornalista co-protagonista della vicenda). Come faceva il maniaco a sapere che i due parlavano di una fotografia compromettente? Ma al momento il pensiero non nasce nella mente dello spettatore in quanto la tensione nella costruzione della scena è alta.

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Arnò e l’assassino sembrano anche uniti da uno strano legame mentale. Forse la cecità ha dato ad Arnò una dote particolare, un sesto senso notevolmente sviluppato. Lo possiamo notare in due momenti del film. Il primo, all’inizio della vicenda Arnò è in casa a lavorare, è notte e nella stanza dove compone i suoi rebus è solo. In quel momento ha come una visione mentale, un flash di un uomo, un guardiano notturno, che viene colpito alla testa. Pochi istanti dopo nell’istituto di ricerche genetiche Terzi, che si trova in linea d’aria di fronte a casa di Arnò, vediamo la mano guantata dell’assassino colpire alla testa il guardiano notturno dell’istituto. Un altro esempio di questa “simbiosi” mentale si ha subito dopo l’omicidio del fotografo. Arnò è in macchina con la sua nipotina Lory, attende Giordani che è salito in casa di Righetto (dove ne scoprirà il cadavere). In quel momento l’assassino esce dal portone, vede Arnò in macchina e cambia strada. Ma Arnò si irrigidisce e sente distintamente i passi del maniaco mentre si allontana. Tutto intorno a lui diventa silenzioso in quell’istante, solo i passi arrivano alle sue orecchie.

Le azioni dell’assassino sono sempre precedute dal dettaglio dell’occhio, ma in una scena in particolare è il regista che anticipa le mosse anche dell’assassino, e lo suggerisce allo spettatore. Siamo nell’appartamento di Bianca Merusi, che ha appena scoperto l’identità dell’assassino, è al telefono con Arnò. La stanza in cui si trova ha una carta da parati particolare: bianca con ampie macchie di vernice dorata che sembrano colare. L’effetto della vernice dorata sembra quasi essere dato da un colpo alla parete. In effetti l’assassino colpirà Bianca in casa, tenterà di strangolarla e dopo, una volta che la donna è a terra, le sbatterà più volte, con violenza, il volto sul pavimento, lasciando anche scie di saliva mista a sangue. Il rimando agli schizzi decorativi sulle pareti è forte. Quasi una previsione a favore del pubblico…

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Il gatto a nove code è un film sull’ambiguità. In realtà tutti i personaggi hanno una doppia faccia, un lato oscuro, sia vittime che carnefici. Ad un certo punto proprio Arnò pronuncia una frase che ci da una chiave di lettura della pellicola: “C’è qualcosa di poco chiaro nel passato di tutti noi…”.

Tutti nascondono qualche cosa: Bianca Merusi (fidanzata diel dottor Calabresi, prima vittima del maniaco) vendeva le formule create nell’istituto ad altre aziende farmaceutiche, con l’aiuto del ricercatore Braun (che si scoprirà essere anche gay) che all’apparenza sembra un uomo dai principi ferrei. Calabresi, l’uomo che conosce l’identità dell’assassino e proprio per questo lo ricattava. Anna (Catherine Spaak) figlia del direttore dell’istituto, ma in realtà da lui adottata e amante. Ma anche lo stesso Arnò e sua nipote Lory di otto anni, non ci viene mai detto veramente se il legame di parentela sia reale, in quanto Arnò ad un certo punto dichiara che sono entrambi rimasti soli, e che lui non ha parenti. Questo getta sul loro dolce rapporto una forte ombra di dubbio. Poi alla fine c’è l’assassino, il medico Casoni (interpretato da Aldo Reggiani).

Un omicida inusuale nella filmografia di Dario Argento, in quanto il suo movente non nasce da traumi scatenanti, ma sembra quasi voluto dallo stesso assassino. Scopre lui stesso di avere una triade cromosomica che sarebbe alla base di un comportamento deviato e omicida; per questo inizia a uccidere chi potrebbe scoprirlo, vuole mantenere segreto quello che per lui è una condanna subita dalla vita, non voluta da lui. Ma se non avesse scoperto di avere la “triade cromosomica” avrebbe comunque ucciso? Nulla lo costringeva ad avere comportamenti violenti. Lui decide che per proteggere il suo segreto deve eliminare gli altri. Alla fine il fatto di possedere la xyy (la triade cromosomica in questione) non lo obbliga ad avere comportamenti criminali, è solamente una sua scelta quella di assecondare tale predisposizione. La sua furia omicida si scatena nel momento in cui deve eliminare chi lo ricatta, chi conosce la sua identità.

Durante gli omicidi si avventa contro le vittime con una violenza spasmodica, le strangola con un laccio, e su un cadavere infierisce anche sfregiandone il volto. Forse è in quel momento che la sua violenza a lungo controllata esplode e si vuole vendicare del suo essere condannato dalla nascita. Ma sinceramente, è lui che giustifica le sue azioni con la genetica. Si ha quasi l’impressione che quando uccide vuole essere libero di sfogarsi sadicamente sulle vittime. Forse è colpa della genetica, ma in realtà sembra più che Casoni sia un ricercatore di valore, ma sottovalutato e sfruttato dai capi che gli sono intorno. Non gode della reputazione di Braun o di Calabresi. E le sue frustrazioni, legate al terrore della scoperta della devianza genetica, potrebbero aver scatenato in lui un vero odio per chi gli è intorno. Quindi è più una giustificazione, magari per poter godere di un’attenuante in caso di processo? O è vera l’influenza dei cromosomi?

Un film teso, che sfoga tutta la sua ambiguità nel finale, quando Casoni e Giordani lottano sui tetti dell’istituto Terzi. Si affrontano come due bestie, colpi pesanti sottolineati da effetti sonori potenti. Due animali coperti di sangue che in quel momento, spinti nella disperazione, combattono solo per sopravvivere, d’istinto. E qui il doppio esce allo scoperto: non ci sono maschere nella violenza che circonda questi due corpi diventati solamente due forme disperate. Unico barlume che divide l’uomo civile dalla bestia è il gesto di Giordani quando, parando il colpo di coltello che Casoni voleva calare sulla piccola Lory, presa in ostaggio, dimostra di chiudere in se l’animo razionale che tende al bene e alla difesa della vita. Casoni invece rimane inevitabilmente vittima della ferocia, che si sublima nel faccia a faccia risolutivo con Arnò, quando gli mente dicendogli di aver ucciso la nipotina. E sarà Arnò che nel finale punirà mortalmente l’assassino precipitandolo nella tromba dell’ascensore (con un effetto di soggettiva particolarmente sensoriale per quello che riguarda la vista ma anche sopratutto per l’udito: è terrificante sentire il suono delle mani dell’assassino che sfrigolano lungo le corde dell’ascensore, fumando anche per l’attrito, verso l’inevitabile sfracello finale), ma rimanendo virtualmente impunito per tale gesto. Arnò compie l’atto finale a condanna dell’assassino, ma la pietà dello spettatore nei suoi confronti è forte e quindi lo immunizza automaticamente dall’essere considerato un carnefice alla stregua di Casoni.

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