La melassa che uccide: Mr. Ove

di Emanuele Rauco

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C’è di che farne un caso di studio di Mr. Ove, il film di Hannes Holm tratto da un bestseller di Fredik Backman (in italiano col titolo L’uomo che metteva in ordine il mondo) che dopo i milioni di copie e lo spettacolo teatrale diventa un film da record d’incassi in Svezia candidato persino a 2 premi Oscar (film straniero e trucco) diventando un perfetto esempio di ciò che MacDonald definiva midcult.

Il film racconta di un vecchio vedovo burbero che vorrebbe suicidarsi per raggiungere la moglie, ma che l’arrivo di una simpatica coppia di nuovi vicini (lei iraniana) con figlie impedisce il compimento del proposito anzi, mentre racconta la sua vita passata in flashback, riscopre la gioia del buonumore. Il regista è anche sceneggiatore di un dramma leggero, o di una commedia seria più precisamente, in cui una storia potenzialmente toccante diventa un sagra di cliché per raccontare i buoni sentimenti.

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Fin dal plot o da uno sguardo basilare alla sinossi, Mr. Ove si fa notare per sembrare più che un racconto una raccolta di luoghi comuni narrativi per commuovere un pubblico medio – per età, formazione, cultura, gusti: il vecchio che lotta con la morte ma scopre la vita, il brontolone che si apre al mondo, lo straniero sgangherato ma pieno di affetto e buon senso. E poi i flashback estenuanti, le tragedie a cadenza cronometrica, i personaggi tutti buoni o afflitti (e quindi compassionevoli), la messinscena e il tono finalmente favolistici a partire dalla musica di Gaute Storass.

È uno dei più subdoli esempi recenti di manipolazione dello spettatore attraverso le categorie del carino e del lacrimoso in confezione anonima da “cinema di qualità” (ovvero “bella storia”, “bravi attori”, “bella fotografia” tutto senza eccessi né picchi tanto nella forma quanto nel contenuto): appunto, un midcult, ovvero un prodotto culturale o artistico che si crede – o vuole farsi credere – alto ma nasconde nello stile e nell’approccio tutte le convenzioni più viete e i tratti più kitsch della cultura bassa. Un inganno in cui tutto è idealizzato, sopra le righe e che per questo, nonostante punti di continuo all’emozione, manca di vita vera, di passione, di pulsioni concrete. Forse serve questo per un successo globale.

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