Claudio Giovanardi e l’agonia del tempo

di Antonia Rizzo

A mezz'ora e trenta minuti dalla fine2

A mezz’ora e trenta giorni dalla fine è l’ultimo romanzo di Claudio Giovanardi, pubblicato dalla casa editrice La Lepre. Si tratta del racconto di uomo affetto da una rara malattia che gli porta via un minuto al giorno di veglia fino a traghettarlo nel sonno eterno.

L’autore, che è nato e vive a Roma, insegna Storia della Lingua italiana e Linguistica italiana all’Università Roma Tre. Oltre a numerosi volumi scientifici e divulgativi, ha pubblicato il romanzo Mamma ricordi (Manni 2013, finalista al premio Pisa) e la raccolta di racconti Tutto così regolare tutto così prevedibile (Manni 2015).

Achille, il protagonista,  ogni giorno deve impiegare il suo tempo per dare un senso alla vita che gli rimane, nella giostra dei ricordi e dei rimpianti. Giovanardi non rinnega mai il principio che afferma in ogni sua pubblicazione: l’importanza della parola che deve prevalere sempre e comunque sul pathos della narrazione e costituire un corpo unico. È una parola che conduce e affabula, segue un andamento simile a una danza propiziatoria, illumina le ombre borghesi dell’apparenza e riporta alla luce l’assolutezza del dubbio. Una cosa è certa: lo scrittore non è intellettualmente a suo agio nella post-modernità ma è un figlio prediletto di un Novecento dalle suggestioni discrete e taglienti, dalla realtà osservata, anzi spiata da un boudoir dove si consumano amplessi mai dichiarati. Il vero erotismo di cui è pregna la parola dell’autore non è mai pronunciato e si cela nell’apparente passività di una vita che trascina le abitudini insieme alle tazze del servizio buono, nutrendosi di immaginazione fervente, di riti compulsivi e feticisti. Esistenzialista in profondità, disincantato, lunatico, il protagonista percorre attraverso l’ironia di sé stesso la strada che lo porterà comunque al rifiuto della mediocrità, anche se negli ultimi attimi della sua esistenza. La caratteristica del linguaggio fuori dal tempo imprime il sigillo a una scrittura impossibile da contraffare, che ricorda in alcuni tratti la bellezza dei classici russi e il dialogo interiore di Svevo. Giovanardi ama prestare le vicende e i personaggi alla parola-concetto e non il contrario, perciò il risultato è quello di una microfilosofia disseminata tra le righe, una lectio magistralis nascosta nelle descrizioni dei protagonisti che sono le caricature benevole e drammatiche di un siparietto domestico e crudele. Ma non c’è traccia di angoscia rassegnata nell’attesa della morte annunciata che appare come l’investitura di un privilegio biblico da percorrere come una lunga Quaresima. Nonostante il diario sventurato la narrazione è godibilissima e i capitoli studiati con una consequenzialità precisa e armonica; come se il libro fosse stato scritto in un unico respiro o meglio, in un sospiro prolungato.

Cosa resta di un libro, qual è la verità nascosta tra le righe, lo saprà solo chi legge, dice Claudio Giovanardi nel suo romanzo. Ed è una verità dagli infiniti risvolti, mi permetto di aggiungere, perché questo libro è uno di quelli che non si archivia a lettura ultimata ma che prevede un continuo ritorno, ogni volta che si ha voglia di aprire un cassetto dell’anima.

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