La pelle di Curzio Malaparte

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La pelle di Curzio Malaparte è un romanzo del 1949 e narra dell’occupazione di Napoli da parte delle truppe Alleate. In realtà si tratta di liberazione ma per il modo in cui è vissuta la vicenda, tutta, pare esattamente un’occupazione militare in piena regola.

La Napoli vinta, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, prostrata agli americani e comunque fiera della sua essenza di sconfitta, la Napoli che vende le sue vergini, prostituisce le sue donne e i suoi efebi, la Napoli che serve sirene-bambine nei pranzi di gala, è una poesia crudele e violenta ma un lembo d’Italia che preserva la mistica dei luoghi nella catabasi della sconfitta. La bellezza dei vicoli, con gli odori forti, asfissianti, e scorci di un cielo di ruggine dietro i palazzi, e canti popolari e riti pagani. Visoni potenti, irriverenti e strazianti, nella ricerca di una bellezza suprema nascosta nell’osceno, nell’orrore e tra le rovine.

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Più che un romanzo è un ibrido tra reportage narrativo e poesia. La poesia dell’orrore, certo, la poesia delle rovine e della sconfitta, ma da dove altro nascerebbe la poesia se non dalle rovine? Malaparte è stato spesso paragonato a Céline, soprattutto per quel che concerne la prima parte di Viaggio al termine della notte, quella ambientata durante la guerra. Gli orrori della prima guerra mondiale, lì, le nefandezze e oscenità della fine della seconda guerra mondiale qui, sono in qualche modo collegati da uno sguardo cinico, moralista per certi versi e politicamente scorretto, di due autori e pensatori che furono anarchici e poi fascisti per finire nel nichilismo più estremo l’uno, e nella dissoluzione mistica della fede l’altro. In entrambi non manca mai l’anelito a una verità scomoda, il rocambolismo della parola che si fa flusso di coscienza in Céline e struggente poesia decadentista, a tratti barocca, in Malaparte. Entrambi pervasi da una potente etica della sconfitta, entrambi attraversati dalla sensazione di vivere l’apocalisse, raccontano con precisione drammaturgica e descrittiva i luoghi, gli ambienti, i protagonisti della degradazione più abietta. In Malaparte lo scenario non muta come in Céline, si resta dall’inizio alla fine nello scenario della guerra, della fine della guerra, degli ultimi strascichi di orrore. Con episodi violentissimi e umilianti come il capitolo sulle vergini che permettono ai soldati americani di colore di mettere le dita nella loro vulva a pagamento: di tutto il libro uno dei più feroci.

La ragazza fumava in silenzio, guardando fisso verso la porta, con un distacco orgoglioso. Non ostante la insolenza del suo vestito di seta rossa, l’acconciatura barocca dei capelli, le grosse labbra carnose, e quelle sue ciabatte sdrucite, la sua volgarità non aveva nulla di personale. Pareva piuttosto un riflesso della volgarità dell’ambiente, di quella volgarità che l’avvolgeva tutta, sfiorandola appena. Aveva un orecchino piccolissimo e delicato, così bianco e trasparente che sembrava posticcio, di cera. Quando io entrai, la ragazza fissò lo sguardo sulle mie tre stellette d’oro di capitano, e sorrise con disprezzo, volgendo leggermente il viso verso i muro. Eravamo una decina nella stanza. Il solo italiano ero io. Nessuno parlava.

«That’s all. The next in five minutes» disse la voce dell’uomo che stava sulla soglia, dietro la tenda rossa: poi l’uomo spinse il viso nella stanza attraverso uno spacco della tenda, e aggiunse: «Ready? Pronta?».

La ragazza gettò la sigaretta per terra, afferrò con la punta delle dita i lembi della sottana, e lentamente li sollevò: prima apparvero i ginocchi, stretti dolcemente nella guaina di seta delle calze, poi la pelle nuda delle coscie, poi l’ombra del pube. Rimase un istante in quell’atto triste Veronica, col viso severo, la bocca sprezzantemente socchiusa. Poi, lentamente rovesciandosi sulla schiena, si distese sul letto e aprì adagio adagio le gambe. Come fa l’orrenda aragosta in amore, quando apre lentamente la tenaglia delle branche guardando fisso il maschio con i piccoli occhi rotondi, neri e lucenti, e sta immota e minacciosa, come fece la ragazza aprendo lentamente la rosea e nera tenaglia delle carni, e rimase così, guardando fisso gli spettatori. Un profondo silenzio regnava nella stanza.

(Curzio Malaparte, La pelle, Adelphi, 2010, p.53)

la pelle2.jpgAltrettanto crudo e crudele è il capitolo sulla Sirena, dove la moglie di un potente americano pretende una cena di pesce, in pieno stile partenopeo, ma con il divieto di pesca e il territorio marittimo inquinato e invaso dalle mine, non ci sono altri pesci che quelli dell’acquario ufficiale. E tra questi uno è la leggendaria sirena che nella fattispecie ha il corpo di una carcassa di bambina, per cui Mrs Flat ne farà una questione di principio mandando indietro la bara d’argento. Malaparte descrive con esattezza esemplare il sentimento della sconfitta e dell’aberrazione. Aberrazione che si manifesta pienamente nei vicoli del quartiere spagnolo, quando le donne di ogni fatta, persino le nane, si vendono al migliore offerente americano; quando gli uomini stessi si vendono inneggiando a una dialettica intellettual-marxista e femminea, mentre sono lì pronti a prostrarsi ai vincitori privi di scrupoli; nella crudeltà esemplare della fame che si trasforma in miseria e della miseria che si trasforma in tradimento e corruzione.

«Ecco la Sirena!» il Generale Cork si volse a Mrs. Flat, e s’inchinò.

Il maggiordomo, aiutato dai valletti, depose il vassoio in mezzo alla tavola, davanti al Generale Cork  a Mrs. Flat, e si ritrasse di alcuni passi.

Tutti guardammo il pesce, e allibimmo. Un debole grido d’orrore sfuggì dalle labbra di Mrs. Flat, e il Generale Cork impallidì.

Una bambina, qualcosa che assomigliava a una bambina, era distesa sulla schiena in mezzo al vassoio, sopra un letto di verdi foglie di lattuga, entro una grande ghirlanda di rose e i rami di corallo. Aveva gli occhi aperti, le labbra socchiuse: e mirava con uno sguardo di meraviglia il Trionfo di Venere dipinto nel soffitto da Luca Giordano. Era nuda: ma la pelle scura, lucida, dello stesso color viola del vestito di Mrs. Flat, modellava, proprio come un vestito attillato, le sue forme ancora acerbe, e già armoniose, la dolce curva dei fianchi, la lieve sporgenza del ventre, i piccoli seni virginei, le spalle larghe e piene.

Poteva avere non più di otto o dieci anni, sebbene a prima vista, tanto era precoce, di forme già donnesche, ne paresse quindici. Qua e là strappata, o spappolata dalla cottura, specie sulle spalle e sui fianchi, la pelle lasciava intravedere per gli spacchi e le incrinature, la carne tenera, dove argentea, dove dorata: talché sembrava vestita di viola e di giallo, proprio come Mrs. Flat. E come Mrs. Flat aveva il viso (che l’ardore dell’acqua bollente aveva fatto schizzar fuori della pelle come un frutto troppo maturo fuor della sua scorza) simile a una lucente maschera di porcellana antica, e le labbra sporgenti, la fronte alta e stretta, gli occhi tondi e verdi. Le braccia aveva corte, una specie di pinne terminanti a punta, in forma di mano senza dita. Un ciuffo di setole le spuntava al sommo del capo, che parevan capelli, e rade scendevano ai lati del piccolo viso, tutto raccolto, e come aggrumato, in una specie di smorfia simile a un sorriso, intorno alla bocca. I fianchi, lunghi e snelli, finivano, proprio come dice Ovidio, in piscem, in coda di pesce.

(Curzio Malaparte, La pelle, Adelphi, 2010, pp.221-222)

In oltre come in Céline, in Malaparte prevale, sul cinismo e il sarcasmo, una segreta empatia nei confronti degli ultimi, dei vinti, degli sconfitti. Ma soprattutto la voce autoriale, lo stile, così perfettamente alto nel suo essere atroce e nei pensieri e nelle descrizioni minuziose di ogni orrore e umiliazione. L’autore non ci risparmia nulla, anzi, infarcisce l’orrore con la minuziosa e spesso fantasiosa descrizione di ogni oscenità, eppure lo fa senza mai perdere la lingua italiana e la sua coreutica di vocaboli e lunghe descrizioni intorno ai paesaggi terreni e umani, alla desolazione degli animi e dei corpi, all’epopea della pelle che tutto domina e tutto sovrasta. Ecco, c’è questa metafora che lui fa a un certo punto in cui descrive il cielo come pelle di lucertola. E quasi ogni cosa in questo romanzo ha la consistenza della pelle. E il senso stesso del libro, il motivo del titolo, è legato proprio alla pelle, alla sostituzione dell’anima con la pelle. Una volta, quando c’era la guerra e cadevano le bombe, la gente voleva salvare l’anima, adesso invece, dopo la resa, tutti non cercano altro che salvarsi la pelle, è la differenza tra chi lotta per non morire e chi lotta per vivere. Il romanzo assume tratti apocalittici non appena se ne comprende il senso e l’ambizione: inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi La peste, come La peste di Camus, ma poi, per l’appunto, il titolo era già stato usato da Camus. La pelle invece sta a indicare quel momento massimo di corruzione, di balzacchiana memoria, in cui anzicchè lottare per non morire, si lotta per sopravvivere, per salvare la pelle al posto dell’anima. La pelle torna anche nelle descrizioni, quando Malaparte definisce il cielo una specie di pelle di lucertola. E allora ci rendiamo conto che ogni parola in lui è studiata e calibrata. Forse rispetto a Céline, che esplora una scrittura anti-letteraria, d’impatto feroce, vicina al pensiero sregolato del subconscio, Malaparte ha dalla sua una lingua che non vuole segmentarsi e frantumarsi per divenire caleidoscopio sociale, ma penetrare negli animi mischiando una scrittura vertiginosa e barocca con la bassezza infernale dei fatti narrati.

Curzio Malaparte ha definito il proprio tempo lasciandoci questo romanzo-reportage senza eguali. La storia di un uomo che non riusciva e mai riuscirà ad accettare l’aberrazione del presente, con le sue guerre e violenze e colonialismo e stupro e sfruttamento e istigazione a delinquere. Si legge come citazione all’inizio del libro un frammento dell’Agamennone di Eschilo: Se rispetteranno i templi e gli Dei dei vinti, i vincitori si salveranno. Ed è così per tutto il corso del libro, sempre così, senza evoluzione dei personaggi, perché non sono personaggi letterari, sono persone vere, osservate e descritte con precisione antropologica. Napoli asfissiante, Napoli ricca, Capri, la bellezza e l’orrore, Napoli in guerra, Napoli liberata, Napoli sottomessa, Napoli corrotta, Napoli conquistata, sfruttata, annientata. La Napoli delle alte sfere della finanza, dei militari e della politica, e la Napoli delle bettole, dei pidocchi, della prostituzione, della deriva. La negazione dell’amore avviene nello stesso istante in cui si libera un popolo e lo si reintroduce al mondo come debitore e schiavo. La grandezza della letteratura è di saper profetizzare il corso degli eventi molto prima del tempo. La Napoli meravigliosa e mitologica lascia il passo alla Napoli spoglia, fredda, deserta, la Napoli in cui ricchezza e povertà si mischiano bestemmiandosi ma spartendo lo stesso banco.

Uno dei brani più ferocemente lirici è il capitolo sul fuoco: l’eruzione del Vesuvio e la città invasa dalle fiamme, dalle bave ardenti. Una città abituata a vivere in una perenne condizione di catastrofe imminente.

Il cielo, a oriente, squarciato da un’immensa ferita, sanguinava, e il sangue tingeva di rosso il mare. L’orizzonte si sgretolava, ruinando in un abisso di fuoco. Scossa da profondi sussulti, la terra tremava, le case oscillavano sulle fondamenta, e già si udivano i tonfi sordi dei tegoli e dei calcinacci che, staccandosi dai tetti e dai cornicioni delle terrazze, precipitavano sul lastrico delle strade, segni forieri di una universale rovina.

(Curzio Malaparte, La pelle, Adelphi, 2010, p.259)

Una città che conosce i suoi demoni e vive di una profonda solidarietà popolare, un profondo orgoglio, se pur nella perdita, nell’aberrazione e nella sconfitta. Un’umanità pronta a vendersi le figlie ma mai priva del desiderio di riscattare e riscattarsi dalla schiavitù, dal dominio, dal feroce furto di sovranità subìto. Malaparte in tutto ciò figura come protagonista con il proprio stesso nome e vive la fine con la dignità di un soldato.

(Ilaria Palomba)

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