L’inizio del viaggio: L’uccello dalle piume di cristallo

di Fabrizio Spurio

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Il nostro viaggio alla ri-scoperta di Dario Argento parte con il primo film scritto e diretto dal maestro del brivido nostrano. E’ il 1969 e l’opera che nasce è un’opera prima personale, totalmente diversa da tutto quello che c’era stato prima nel cinema italiano, non solo per il genere horror/thriller.

Il film crea un filone, una vera e propria corrente che farà scuola anche all’estero e diventerà un prodotto tipico della cinematografia italiana. Con questo film il cinema horror italiano crea quelli che saranno gli stilemi del genere: follia, orrore e violenza saranno le costanti di decine di pellicole che si riverseranno sugli schermi nazionali, e diventeranno anche prodotti esportabili all’estero, spesso creando collaborazioni e coproduzioni anche con altri paesi europei.

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Il film inizia gettandoci subito nella trama, degli omicidi sono stati commessi, e quando la pellicola inizia ci ritroviamo proprio nel covo del folle serial killer. Il folle contempla le sue armi, fissa le foto della sua prossima preda, già pregustando il piacere dell’atto sanguinario. Ci si trova di fronte ad un rito, con tutti gli oggetti canonici della celebrazione, dall’altare/scrivania all’oggetto sacrificale per eccellenza, il coltello, alla presentazione dell’agnello che la pazzia dell’individuo ha deciso di sacrificare alla divinità della mente malata dell’assassino. La follia e la devianza serpeggiano per tutto lo svolgersi del film. Nella trama, anche nei momenti che possono sembrare di stacco, di rilassamento, come ad esempio nell’episodio dell’antiquario gay, o nella sequenza a casa di Berto Consalvi, il pittore che ha ritratto su tela l’immagine che risulta essere l’origine del trauma dell’assassino, ci troviamo in realtà di fronte a personaggi ambigui che simboleggiano, nel bene e nel male, un qualche disturbo psicologico che in realtà ci riporta all’assassino. Il gay ci insinua l’idea di una sessualità diversa, come a suggerire che il sesso c’entri nella storia del maniaco. Il pittore con il suo isolamento, con la fissazione di nutrirsi dei gatti, ci fa pensare comunque ad una persona violenta, anche se sembra controllare i suoi impulsi. Poi la sfilata dei pervertiti al commissariato, o ancora il protettore Addio, che si preoccupa delle sue prostitute in balia del maniaco. In pratica Sam Dalmas, il protagonista, entra in contatto con una serie di figure che gli fanno scoprire una realtà che vive sotto l’apparenza del normale. Ma in alcuni momenti questa devianza mentale ci viene sbattuta in faccia, ma non ne siamo consapevoli. In un certo senso la soluzione ci viene già data all’inizio della vicenda. Non mi riferisco alla risaputa “rivelazione finale”, con il gioco di punti di vista falsati dall’apparenza (chi tiene veramente in mano il coltello tra vittima e carnefice?), ma alla scenografia dell’ambiente in cui si svolge questa sequenza chiave: la galleria d’arte. Nella scena che da il via all’indagine vediamo Monica Ranieri aggredita da quello che pensiamo essere il maniaco. L’uomo in nero scappa per l’intervento provvidenziale di Sam, e la donna rimane a terra ferita. La vediamo strisciare con il ventre insanguinato, e proviamo pena per lei. Ma intorno alla donna, le opere esposte nella galleria fanno parte di un immaginario deforme e malato. Le statue sembrano quasi avventarsi su di lei, come per aggredirla, ma per difendersi. La scenografia della galleria d’arte e quelle statue ci stanno dicendo che quella donna a terra in realtà è un mostro. Le sculture urlano intorno a lei, hanno espressioni di dolore, sono con le braccia alzate, come a volersi allontanare da quel mostro che striscia ai loro piedi. Monica stessa ad un certo punto si accovaccia dolorante dietro l’enorme zampa di un rapace, un cacciatore spietato dagli artigli mortali. Quasi un simbolo per la donna. Le statue vorrebbero urlare a Sam di fuggire, ma non possono, sono pietrificate nell’orrore che rappresentano. Non a caso, durante il film, un’altra scultura verrà allestita nella galleria, un pannello con un trionfo di lame e di pugnali, le armi dell’assassino. Ancora una volta un chiaro indizio per indicare dove si trovi veramente la soluzione del mistero. Ma Sam, in quella sequenza chiave, non può capire. E’ simbolicamente intrappolato tra due vetrate. Sembra essere rimasto chiuso in un acquario, anche i rumori gli giungono ovattati come se si trovasse sott’acqua. In un lato, poggiato alla parete, c’è addirittura un albero pietrificato che ricorda un bianco corallo. Sam vorrebbe aiutare quella donna, è disperato dall’idea di essere impotente di fronte al dramma che sta osservando, e non può notare gli avvertimenti che quelle statue gli urlano con tutta la loro forza.

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Dopo questa scena Argento inizia a creare quell’universo che sarà la sua cifra stilistica: le lunghe sequenze di terrore, che quasi bloccano e dilatano l’azione della trama; la soggettiva, a volte dell’assassino, altre volte della vittima. Esemplare è la sequenza dell’assedio in casa di Giulia, la fidanzata di Sam, alla quale l’assassino fa visita. La scena blocca la trama, si dipana come se fosse un episodio a sé. E’ costruita magistralmente con uno stillicidio di panico creato ad arte: Giulia è assediata nella sua stessa casa. Il luogo che dovrebbe essere un rifugio sicuro diviene una trappola mortale. L’assassino (e il regista) si diverte a giocare con la sua vittima, vuole stremarla prima di assaporare il suo dolore. Le isola il telefono, poi le toglie la luce. Nella casa non ci sono vie d’uscita visto che le finestre dell’appartamento hanno le sbarre (e poco importa allo spettatore che questo sia solo un elemento architettonico già presente in quella casa, in quel momento le grate delle finestre diventano virtualmente “complici” dell’assassino, aumentandone l’onnipotenza). Il maniaco si gode le urla di Giulia, la sua disperazione, non ha fretta, tanto che inizia a forzare la porta dell’appartamento con un coltello, pian piano, aprendosi lentamente un varco nel legno con la punta della lama. Giulia potrebbe benissimo reagire a quella situazione, spezzando la lama del maniaco, ma non lo fa. E’ preda di una disperazione che non le lascia scampo. Realmente diventa vittima di sé stessa. Ma riuscirà a salvarsi grazie all’intervento di Sam.

Il film si chiude in un cerchio, quando nel finale torniamo nei luoghi dove ha avuto inizio della vicenda. Ed è proprio Sam, nel covo dell’assassino, dopo un falso finale che sembra risolvere il mistero, a dare via al vero finale: si avvicina ad una finestra e tira su una tenda che sembra il sipario di un palcoscenico, ed ecco che inizia l’atto finale dell’opera. E alla luce che penetra nella finestra, come se fossero stati accesi dei riflettori su di lui, ecco che ci viene presentato/svelato il vero volto dell’assassino.

Una curiosità: nella scena in cui l’assassino, di schiena al pubblico, fissa il quadro dello stupro della bambina, vediamo riflesso nel vetro dell’anta di un mobile che gli è di fronte, Argento stesso che interpreta il maniaco. Il riflesso è lievemente sfocato, ma la fisionomia del regista è riconoscibilissima. Da questo film in poi la figura dell’assassino sarà sempre interpretata da Argento in persona.

L’uccello dalle piume di cristallo, il primo tassello di un mosaico del terrore che il regista va componendo da decenni, e che forse non ha ancora smesso di creare.

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