Non tutti i King riescono col buco: Il gioco di Gerald

di Emanuele Rauco

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Il problema con il cinema tratto da Stephen King è che necessita di stravolgere il libro di partenza, di forzare impalcature e strutture per far uscire lo spirito filmico che altrimenti resta incastrato nell’uso magistrale delle parole.

Trasporre in immagini non basta mai, tanto meno con un autore come lui. Il gioco di Gerald, tratto dall’omonimo romanzo, prodotto e distribuito da Netflix e diretto da Mike Flanagan (Oculus, Somnia), invece sceglie di adattare l’opera letteraria cercando la fedeltà e mostrando invece le trappole della letteratura kinghiana.

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La trama vede protagonista Jessie, che con il marito Gerald vanno nella casa in campagna per passare un weekend romantico e perverso, ma il gioco sessuale in cui lui ammanetta lei al letto finisce male: lui ha un infarto e muore, lei resta bloccata in un luogo isolato con un cane randagio e affamato che gira attorno a lei. La sceneggiatura di Jeff Howard e del regista gioca sullo stesso interrogativo e lo stesso procedimento del romanzo, ossia come farà la protagonista a liberarsi e si concentra sul suo percorso interiore, nel gestire rimossi e allucinazioni per salvare se stessa.

Flanagan è senza dubbio abile sia negli escamotage con cui gestisce il monologo interiore di Jessie (un gioco al massacro tra lei, il marito morto e le proiezioni di lei libera e del marito vivo) sia nell’utilizzo della stanza come luogo di suspense. Le crepe si cominciano a notare quando il film deve fare i conti con le linee narrative che si accumulano oltre lo scenario primario: i flashback, la presenza di un “mostro”, il passato che torna. Qui la tenuta narrativa del film sceglie quasi di mettersi in competizione con quella del romanzo, ma sbanda e lo stesso Flanagan vacilla perché non riesce a trovare una strada cinematografica capace di reggere solidamente con le sole immagini.

A tenere in piedi lo spettatore ci sono le prove di due attori di solito relegati alle retrovie e che qui trovano una bella vetrina, ovvero Carla Gugino e Bruce Greenwood; ma Il gioco di Gerald potrebbe essere quasi un caso di studio su come la fedeltà al romanzo sia per un film una specie di reato o meglio una condanna, su come il modo che ha uno scrittore di creare mondi, ritmi, stati d’animo e riflessioni con le parole sia gioco forza diverso dal cinema: Flanagan arriva a metà strada e poi finisce mangiato dal mondo di King. Per ogni Shining o Misery o It ci sono molti registi che cadono. Flanagan almeno lo fa con onore.

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