Cara vecchia bellezza americana

di Beatrice Andreani

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Tutti abbiamo una storia da raccontare. Solitamente si tratta della nostra storia, spesso connessa con tre differenti modi di vedere che ci guidano: la vita che crediamo di vivere, la vita che realmente viviamo, la vita che vorremo vivere.

Lester Burnham (Kevin Spacey), protagonista del film American Beauty, diretto da Sam Mendes nel 1999 e vincitore di cinque Premi Oscar, giunge alla consapevolezza di quanto mediocre sia la sua vita.

L’incontro con una ragazza giovane e provocatoria gli fa pensare di poter essere ancora attraente per qualcuno, dal momento che al centro della vita della moglie Carolyn (Annette Bening) c’è ormai solo la carriera e un’ambizione che le farà perdere ogni direttiva. La figlia Jane (Thora Birch), preda dei tipici problemi adolescenziali, è chiusa in un mondo tutto suo. Lester intuisce una verità che, nonostante sia celata, è in ognuno di noi e attorno a noi: la bellezza delle piccole cose.

view_13_American-Beauty_eye_jpg.jpgChi almeno una volta ha visto American Beauty può comprendere quanto questo classico del cinema punti a descrivere il valore dell’esistenza, mediocre o gloriosa che sia. La vita frenetica che conduciamo ci spinge ad essere automi nelle mani di una farraginosa routine. E ci si assopisce, come investiti da un torpore generale.

Nel film ogni personaggio incarna il modo di vivere americano, schiavo dell’immagine di una quotidianità perfetta e di una vita di successo. Il modello dell’uomo efficiente, del “supereroe”, in grado di risolvere ogni tipo di problema, si rivela, per Lester, una chimera, fonte di continue insoddisfazioni. Compiendo una serie di scelte personali e professionali, il protagonista troverà il coraggio di divincolarsi. Finché nel quartiere non arriva la famiglia Fitts.

Frank Fitts è l’emblema di una violenza permeata nella società americana, che certo nulla ha a che fare con la bellezza delle piccole cose. C’è forse una solitudine dietro al bisogno di difendersi da alcune paure che spinge il colonnello Fitts a sottomettere la propria famiglia a una sorta di regime. Il suo personaggio, se vogliamo, insieme a quello di Kevin Spacey, è l’unico che raggiunge un reale apice, compiendo un arco di trasformazione completo. Fitts si fida di ciò che crede di vedere invece che di ciò che realmente vede. Tra la vita e la morte sceglie la seconda.

Il suo punto di vista, con la macchina da presa in soggettiva in alcune sequenze del film, ci fa entrare nei suoi panni per qualche istante, ci fa comprendere quanto difficile sia provare a non travisare ciò che vediamo, ad andare più a fondo della superficie delle cose. Non a caso il titolo stesso del film ci riporta a questo significato.

La scelta di Fitts di dare una risposta violenta ai suoi timori apre il film al tema dell’uso delle armi, tutt’oggi caldo negli USA e la facilità con cui esse possono venire in possesso di mani sbagliate.

Egli non affronta il problema, ma lo elimina con il mezzo più pratico a sua disposizione, non compiendo quel salto di qualità che invece avviene in Lester. Il protagonista, dapprima innamorato della bellezza effimera della ragazza, Angela Hayes (Mena Suvari),  della sua fisicità, si prepara ad un incontro quasi immaginario con lei. Nel momento in cui sta per ottenere l’oggetto del suo desiderio, apre gli occhi alla realtà.  Ammira la bellezza totale della vita proprio nel momento in cui il velo di quel sogno cade. E’ la rivincita, il riscatto nei confronti dell’esistenza stessa. Oggi la società ci ha abituati a prestare attenzione più alla esteriorità delle cose, delle persone, che alla loro vera essenza.

La fotografia del film, il placido susseguirsi delle immagini, il soffermarsi sull’interiorità di ciascuno dei caratteri, è senza dubbio una scelta stilistica che nulla toglie al ritmo del film e che, anzi, lo caratterizza. Rendere decisivo il ruolo di ogni personaggio non è una prassi di tutte le sceneggiature esistenti. In questo caso, invece, i ruoli e la psicologia sono lineari e taglienti.

Tutta la storia è l’emblema di come la vita possa essere un soffio, di come ci scorra fra le mani senza che ce ne accorgiamo. Lester fa una scelta: continuare a vivacchiare o cominciare a vivere. Quando prende la sua decisione, qualcun altro decide per lui. Dostoevskij captò questa realtà: “La bellezza salverà il mondo” e, forse, anche la quotidianità di  Lester.

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