Le confessioni intime di Virgina Woolf

di Ilaria Palomba

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Credo che Virginia Woolf sia la più grande scrittrice di ogni tempo, per la capacità di evocare direttamente emozioni intime e universali attraverso un linguaggio lirico e mai artefatto, per la sua visione filosofica, che per certi versi si avvicina all’esistenzialismo, i cui nuclei principali sono la solitudine dell’uomo e l’assoluta indifferenza del tempo.

Viene ricordata in primo luogo per il suo romanzo Gita al faro, dove davvero il tempo ricopre un ruolo molto importante, e viene messo in scena uno scontro tra due visioni del mondo e dei sentimenti. Da una parte la signora Ramsey, che pone l’amore al centro della sua esistenza ma nella sua formulazione più vittoriana, e cerca di dominare e manipolare le vite degli altri, dall’altra parte Lily Briscoe, libera, emotiva, innamorata della signora Ramsey e costretta a separarsi dall’amore per raggiungere la coscienza di sé e del mondo. L’intero romanzo narra di tre momenti fondamentali nel corso della vita della famiglia Ramsey, scanditi dai tre capitoli: La finestra, Il tempo passa e Il faro. Nel primo, come nel terzo, si narra di una giornata, il tempo è dilatato, assume

il carattere di un tempo interiore non reale, e non c’è una vera e propria trama. Nel primo capitolo vediamo l’intera famiglia riunita nella casa sul mare. Il figlio James domanda il permesso prima alla madre di recarsi al faro appunto. La madre dice che i ragazzi potranno andarci se il tempo sarà bello ma il padre interviene bruscamente negando ogni permesso e asserendo che il tempo sarà brutto. Tutto il primo capitolo descrive, con precisione psicologica e accortezza narrativa al limite con la poesia, le dinamiche famigliari, che assumono toni angosciosi e melanconici ma a tratti anche teneri e nostalgici.

«Sì, certamente, se domani è bello» disse la signora Ramsay. «Ma ti dovrai svegliare con l’allodola» aggiunse.

Al figlio queste parole dettero una gioia straordinaria, come se fosse ormai deciso che la spedizione ci sarebbe stata senz’altro, e il miracolo atteso, gli sembrava, da anni e anni, fosse ora a portata di mano, dopo le tenebre di una notte e la navigazione di un giorno. All’età di sei anni, apparteneva già a quel vasto gruppo di persone che non sanno tener separato un sentimento dall’altro, ma piuttosto lasciano che le immagini del futuro, con le loro gioie e dolori, offuschino ciò che è già qui; perché  fin dalla prima infanzia qualsiasi oscillazione nella ruota della sensibilità ha il potere di cristallizzare e fissare l’attimo , da cui la tristezza o l’euforia dipendono. Perciò James Ramsay, seduto lì sul pavimento, intento a ritagliare le figurine del catalogo illustrato dei Magazzini dell’Unione Militare, alle parole della madre riversò un’ondata di felicità paradisiaca sulla figura del frigorifero. Gli orli sprizzavano gioia. La carretta, la falciatrice, il fruscio dei pioppi, le foglie che prima della pioggia schiariscono, le cornacchie che gracchiano – ogni cosa nella mente di lui aveva il suo proprio colore e carattere, di tutto s’era fatto già il suo codice personale, la sua lingua segreta, anche se a guardarlo sembrava l’immagine della severità incorruttibile, assoluta, con la fronte alta, i fieri occhi azzurri, impeccabilmente candidi e schietti, 

leggermente accigliati al cospetto della fragilità umana: tanto che sua madre osservandolo mentre guidava con mosse precise le forbici intorno alla figura che ritagliava, se lo immaginò tutto vestito di porpora e d’ermellino a presidiare una corte di giustizia, o alla guida di una qualche impresa assurda e decisiva, in un momento di crisi della vita pubblica.

«Ma» disse il padre, in piedi di fronte alla finestra del salotto, «non sarà bello.»

(Virginia Woolf, I capolavori di Virginia Woolf – Al faro, Mondadori, 2012, pp.403-404)

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Il secondo capitolo è molto breve ma ripercorre un tempo molto lungo, di ben dieci anni, in cui tutto è mutato. Quella che sembrava essere la protagonista del primo capitolo, la signora Ramsay, è morta così come uno dei figli, Adrian, durante la Prima Guerra Mondiale, e la figlia Prue a causa di un parto andato male. Tutto muta, tutti mutano, nulla resta. Ed è proprio questo il vero protagonista di uno dei più grandi romanzi del Novecento: il tempo. È il tempo che vive al di là dei corpi, al di là degli oggetti, delle case, degli individui. Il tempo che consuma le pareti, invecchiate e invase dalle tenebre; rimesta i ricordi, li rende più dolci o più amari, a seconda; smaltisce le giovanili intrepidezze e speranze, rendendole null’altro che nostalgia.

Il terzo capitolo torna a essere, come il primo, una narrazione molto dilatata che ritrae un corso di 24 ore e precisamente dieci anni dopo l’episodio del primo capitolo. I membri superstiti della famiglia tornano nella casa sul mare, i figli James e Cam, insieme al vecchio padre, fanno finalmente la gita al faro promessa dieci anni prima. La melanconia e la nostalgia pervadono queste pagine stupende e struggenti. Invece la pittrice Lily Briscoe completa il ritratto della signora Ramsey, iniziato dieci anni prima nella stessa casa. Come a voler sottolineare che è proprio il tempo a definire le cose o sfrangiarle, a ricomporre i pezzi mancanti dell’esistenza, a tirare le somme delle identità e delle azioni, somme che possono essere tirate solo quando la vita si è ormai conclusa.

Per quanto riguarda Le onde, invece, che è il penultimo romanzo della Woolf, si potrebbe dire che sia quasi un poema. A tratti assume un tono molto simile all’ultima parte di Gita al faro, me ne è per certi versi l’esasperazione. Sono nove, gli episodi, sei i personaggi, cinque voci monologanti e una silente. Ogni personaggio rappresenta un aspetto della personalità di Virginia. Poi ci sono gli interludi, comincia il romanzo con un interludio. Questi sono completamente lirici. Non c’è l’ombra dell’umano negli interludi ma i veri protagonisti sono le onde sulla spiaggia, i cambiamenti dell’inclinazione della luce nel corso del tempo, i colori, la natura che vive, respira, potente, più potente delle singole vite dei sei personaggi (più uno che non parla  mai) che, come in Gita al faro, appaiono furiosamente speranzosi durante la giovinezza e poi, man mano, delusi, affranti, consumati dal tempo e dalla vita, dagli amori non corrisposti, dalle perdite (importantissima sarà la morte di Percival in guerra) e dalle ambizioni smarrite, Bernard, per esempio, aveva sempre voluto divenire scrittore me è riuscito in fin dei conti solo a narrare questa storia familiare ed è colui che tiene insieme le voci tra dialoghi e monologhi.

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All’inizio il titolo dell’opera sarebbe dovuto essere Le falene, tratto da una lettera della sorella Vanessa, con cui Virginia aveva un rapporto ambivalente, e che narrava di una falena che si era introdotta nella sua stanza, attratta dalla luce di una lampada, l’aveva seguita, la luce, fino a bruciarsi. E così percepiva l’esistenza, Virginia Woolf, così i suoi personaggi: amano la vita a tal punto da restarne bruciati e consunti. Il titolo Le onde è venuto dopo, ha che fare con il tempo, con lo scorrere del tempo così come dell’acqua, con i corpi che sono fatti per la maggior parte di acqua, con la fluidità dei sentimenti e soprattutto con l’eternità che vive oltre la morte del singolo. Forse per sottolineare il legame tra la natura ondulatoria del sentire con il movimento incessante degli abissi. Forse perché ognuna delle nove parti di cui è composto il romanzo-poema, è in realtà una delle onde che compongono l’esistenza. O forse, ancora, perché le onde sono innumerevoli ma non una di esse è responsabile dell’esistenza del mare. E così la morte del singolo non mette in questione l’esistenza dell’insieme.

Le onde non ha trama, è puro ritmo, pura musicalità. Potrebbe essere proprio una composizione musicale, tutto è intensità, dominio assoluto delle emozioni, in una tensione sempre costante tra felicità e libertà, con l’impossibilità per le due di coincidere. Come se la costruzione della coscienza individuale debba passare necessariamente per la sofferenza della perdita. Qui è la perdita dell’unione primigenia dei sette personaggi che, sembrano una famiglia all’inizio, una famiglia di amici dove l’odio e l’amore dominano.

Ognuno di loro è costruito come un personaggio-concetto, ognuno di loro rappresenta un aspetto del carattere di Virginia. Se c’è una differenza tra il maschile e il femminile, questa si manifesta nel modo di accedere alle emozioni. Una modalità diretta, violenta, dolorosa, per le donne; mentre per gli uomini è sempre mediata dalla razionalità, dalla cultura, o dall’impossibilità di accedere al nucleo primigenio dell’emotività.

Bernard è il personaggio più sfaccettato: si realizza ed esiste solo quando entra in rapporto con gli altri, con chiunque altro, anche in modo indiretto, tramite la mediazione di una storia immaginata il narratore conferisce unità alla storia: delle nove sezioni di cui si compone l’opera, sette sono aperte dai monologhi di Bernard. La vicenda si conclude con un monologo di Bernard, che ripercorre la storia sin dal principio. Ormai senescente si rende conto di quanto tutto sia perduto e di quanto poco servano poi in fondo le parole. E in questo monologo c’è tutto il senso della vicenda esistenziale di Virginia, e forse anche, segretamente, il motivo del suo suicidio.

La morte – di Percival – si schiantò su tutto questo. “Quale la felicità?” mi chiesi (nostro figlio era appena nato), “quale il dolore?” mentre scendevo le scale riferendomi ai due lati del mio corpo; una domanda puramente fisica. Presi anche nota delle condizioni della casa, le tende volteggiavano, la cuoca cantava, dalla porta mezzo aperta di vedeva l’armadio. Mentre scendevo le scale dissi: “Dategli (a me stesso) un attimo di respiro, “Ora in questo salotto soffrirà. Non c’è via d’uscita”. Ma le parole per il dolore mancano. Ci sarebbero voluti urli, spacchi, crepe, lo sbiancare improvviso delle fodere di chintz, un’interferenza di spazio e tempo, il senso, anche, dell’estrema fissità degli oggetti effimeri; e ci sarebbero voluti dei suoni prima remoti, poi molto vicini, di carne tagliata, di sangue che cola, di giunture che d’un tratto si storcono – e sotto appare qualcosa di molto importante, e tuttavia remoto, che si può sostenere soltanto in solitudine. Così uscii. Vidi la prima mattina che lui non avrebbe visto – i passerotti sembravano balocchi che un bambino faceva dondolare dalla corda. Vedere le cose con distacco, dall’esterno, e rendersi conto di quanto sono belle – com’è strano! E poi il senso che un fardello era stato rimosso; la finzione, l’illusione, l’irrealtà scomparse, c’era ora una luce, una specie di trasparenza, che mi rendeva invisibile, mentre io vedevo tutto – era strano. “E ora quale altra scoperta ci potrà essere?” mi dissi, e per afferrarla saldamente ignorai i manifesti dei giornali e andai a vedere dei quadri. Madonne e colonne, archi e aranci, immobili come nel primo giorno della creazione, ma già a conoscenza del dolore, eccoli lì appesi, e io li guardavo. “Ecco” dissi, “ora siamo insieme senza intrusioni”. Quella libertà, quell’immunità, mi sembrarono una conquista, e mi provocarono una tale esaltazione, che a volte ancora adesso ci torn, per ritrovare quell’esaltazione, e Percival.

(Virginia Woolf, I capolavori di Virginia Woolf – Al faro, Mondadori, 2012, p. 827)

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