Un hamburger che si crede alta cucina: L’uomo di neve

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Alla base della cattiva riuscita di L’uomo di neve, il nuovo film di Tomas Alfredson (il bravo regista di Lasciami entrare e La talpa), c’è una disparità impossibile tra la materia alla base del film e il modo in cui il regista la tratta, come se il Talento si sentisse a disagio ad avere a che fare con la “manovalanza” del cinema di genere.

Il film infatti è tratto da un giallo best-seller, scritto da Jo Nesbø, settimo di una serie di romanzi con protagonista Harry Hole, qui alle prese con un serial killer che annuncia la sua presenza attraverso inquietanti pupazzi di neve. Scritto da Hossein Amini e Peter Straughan, L’uomo di neve sembra un hamburger che uno chef stellato vorrebbe rendere alta cucina senza rivederlo o esaltarlo ma coprendolo in modo goffo con salse e spezie che ne rovinano il sapore.

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Al centro del film, come in tutto il crime scandinavo nell’era della serie Millennium, c’è il rimosso delle società patriarcali del Nord Europa, il rapporto tra il potere e la figura femminile, un personaggio di donna forte e vendicativa, il fascismo strisciante delle istituzioni; tutto intorno un thriller duro, violento, anche becero violento ma pienamente cinematografico nei risvolti visivi ed emotivi, che invece Alfredson cerca di tenere a distanza come per coprire il sapore sanguigno del film, riempiendolo di fronzoli estetici, di inquadrature ricercate e tempi morti, credendo di ispirarsi al Fincher di Uomini che odiano le donne senza però lavorare su ciò che a un film del genere serve: narrazione e visione.

Se l’intreccio è tanto contorto e sensazionalistico, ossessionato dai colpi di scena da apparire ridicolo, è una produzione in cui non sembra funzionare nulla a trascinare il film verso il basso: basterebbe l’incipit a capire i problemi del film dalla pessima fotografia rilavorata in digitale di bassa lega alle tremende scene d’azione (finale improponibile), dalla pessima musica a un montaggio scombinato (si fatica a credere che la versione definitiva sia quella su cui pone la firma un mito come Thelma Schoonmaker, il cuore dei film di Scorsese), ogni scena dichiara l’inadeguatezza di Alfredson a gestire una produzione sbagliata, tirata al risparmio, che cerca di rivendere al pubblico un piatto da street food come fosse nouvelle cuisine. Non è solo una questione di onestà, quanto di mestiere e di capire ciò che si sta facendo.

(Emanuele Rauco)

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