Tra “Un” e “Il”, Blade Runner 2049

blade3.jpg

Il Tempo trascrive i ricordi, li regola, li crea, li innesta nella memoria e li cura. Nasconde la realtà generando flussi di finzione che si articolano e si spandono fino ad indossare abiti reali. Ma non sono una realtà, rimangono proiezioni di mondi distanti e intangibili.

Blade Runner 2049 è tutto ciò. Uno spazio reale, collocato nelle metropoli americane dilaniate e devastate dai replicanti, dove le vite ruotano attorno al concetto di realtà e finzione. Una sorta di meraviglioso aggiornamento di Metropolis di Lang (il sogno rivelatore dell’Agente K, ne è viva testimonianza, con tanto di ingranaggi sullo sfondo) ed un’attenzione all’espressionismo tedesco che come in M, il Mostro di Dusseldorf gioca tra luci ed ombre, fornendo allo spettatore offuscate immagini di un universo governato da un ordine apparente e costrittivo.

blade2 sec.jpg

Ryan Gosling (L’agente K), futurista Humphrey Bogart di Casablanca, con le mani sprofondate nelle tasche e il bavero del giaccone alzato in perenne sfida, ricalca quelle orme che trent’anni fa avevano visto plasmare il mito di Harrison Ford, combattendo una battaglia personale a difesa di un sentimento d’unita e appartenenza. Sarebbe ingeneroso il confronto con il protagonista del Blade Runner dell’82 e anche insensato. Il mondo ha proseguito il proprio nefasto viaggio e la distruzione ha oscurato con pennellate funeree il presente. E’ semplicemente diverso, adattato all’oggi e a quei tratti somatici del vendicatore cortese. Ford era, e soprattutto è (questa la grande bellezza della pellicola) il file rouge con la storia e con il fascino. Trascorrono gli anni, il Tempo traccia il volto e la pelle e rende persino più profondo quello sguardo che abbiamo imparato ad amare in film e personaggi che resteranno nella storia del cinema (Indiana Jones, Jan Solo, Rick Deckart, per l’appunto).

blade2.jpgVilleneuve disegna un film pressoché perfetto, nonostante i 152 minuti di girato effettivo che non risultano affatto pesanti e ripetitivi. Racconta la storia con la cadenza necessaria, con il ritmo utile a permettere allo spettatore di tornare in quel mondo disegnato da Ridley Scott nel lontano 1982. La fotografia, poi, è una perla di contemporaneo, curata con la solita maestria da uno dei più grandi direttori della fotografia di tutti i tempo: Roger Deakins, capace di indugiare sulla singola inquadratura fornendo ritmi d’altri tempi, che nulla hanno a che vedere con il concetto di lentezza, bensì con la costruzione dell’emozione.

Se Blade Runner era ed è Il film, Blade Runner 2049 è Un meraviglioso sequel. Forse la differenza è solo in quell’articolo e nella Storia, rea di averci dato molto e di averci tolto anni.

(Claudio Miani)

3 thoughts on “Tra “Un” e “Il”, Blade Runner 2049”

Rispondi